Visualizzazione post con etichetta Amicizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amicizia. Mostra tutti i post

09 settembre 2011

E.


Così ho lasciato la terra “infuocata”.
Non so tra quanti mesi o decenni la rivedrò. Se mai la rivedrò.
Sicuramente non più in questa dimensione.

Sono stato a salutare E. 
Ho lasciato per sempre la veranda ordinata di vasi pieni di fiori, l'albero di limoni, la soffitta calda di sole, il soggiorno pieno dei suoi colori, la cucina in legno verde con tanta cura appena rifatta.
Ho lasciato la vista dell'Etna, che sabato sera prima del tramonto mi ha regalato il suo pennacchio di fumo.

La sua cura delle cose mi mancherà, perché - come diceva negli ultimi giorni, mentre alle due di notte faceva spostare a C. in tutte le posizioni possibili i divani e le sedie della veranda - “la bellezza è importante”.

A volte è faticoso sentirsi idonei alla propria vita.
Lo straniamento da ciò che viviamo si stempera nel tempo della rimozione e con l’abitudine. Percorriamo le regioni della nostra esistenza come viaggiatori destinati a raggiungere mete precise, che spesso non esistono. La meta è il viaggio stesso, il percorso, non lineare e senza una successione prevedibile di eventi.
In queste condizioni attraversiamo l'esperienza dell' amore o della morte.

Così scriveva, in un breve scritto pubblicato due anni fa, pochi giorni prima di sapere della sua malattia.
Troppo semplice forse ipotizzare che la sua sensibilità avesse già capito, prima che fosse un medico a spiegare.

Ma lo scritto rivela solo l'aspetto introspettivo di E.
Perché era anche una donna solare, di una vitalità e generosità fuori dal comune, capace di infondere forza alle persone che le erano intorno.
E a me preme ricordarla anche come la ricorda qui un'amica, oppure in una delle attività cui si dedicava con trasporto. 
Anche se credo E. avrebbe desiderato essere ricordata soprattutto come storica dell'Arte, disciplina cui aveva dedicato in modo professionale almeno trent'anni di vita, tra Bologna, Faenza, Norwich, Calabria e Sicilia.
Io le devo molto.

15 giugno 2010

Il bello della Tafelmusik

Per Tafelmusik non intendo la Musica da Tavola come la si intendeva nel Seicento, ovvero quell'insieme di composizioni musicali create apposta per i banchetti.

Ma neppure un simpatico tavolo musicale multicolore per bambini.

Di musica, a tavola, ho la fortuna di parlare spesso con alcuni miei colleghi di lavoro.

Data la leggera differenza di età (50-45-40-35), abbiamo vissuto momenti della storia della musica recente diversi ed ho ognuno ha un periodo, un genere che lo ha segnato in modo più o meno profondo.


Chi il fulgore del rock Anni Sessanta/Settanta e il jazz, chi - come il sottoscritto - il Punk e la New Wave degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, chi l'evoluzione del Metal dai Black Sabbath ai Metallica, chi infine il vasto ambito dell'Alternative Rock Anni Novanta.


In questi giorni ci stiamo scambiando la playlist ideale del "nostro" periodo.

Cliccando qui si può accedere alla mia.
Chi vuole esplorare quella seconda vita del rock che fu il periodo dal 1976 al 1982, non ha che da scegliere (in neretto i titoli per me sentimentalmente capitali).

28 gennaio 2010

Tagli che separano

Il mio amico M. ha avuto un figlio. La cosa mi rende naturalmente felice perché gli voglio bene.
Mi ha raccontato che, oltre che assistere al parto di sua moglie in acqua, gli hanno dato il compito di tagliare il cordone ombelicale.

Non mi ero mai fermato molto a riflettere su questo atto, in genere affidato a medici o levatrici, né sapevo che fosse permesso ai padri farlo.
Mi sembra un gesto dal grande valore simbolico, per il nuovo nato e per sé. Il padre rende cosciente se stesso e inconsciamente il bambino che suo compito sarà anche accompagnarlo verso l'indipendenza e l'affrancamento, tagliando fin dall'inizio il legame profondo - in questo caso, fisico - che il piccolo ha con i genitori.
Quasi una iniezione di realismo.

Un giorno mio padre mi disse chiaramente che non intedeva più contribuire al mio mantenimento. Ero un ragazzo adulto, avevo finito l'università. Era ovviamente giusto così.
Ho scoperto dopo un po' di tempo quanto fu utile la sua decisione per la mia crescita personale. Ma io ci rimasi comunque male.

Forse, mi chiedo ora sorridendo, mi avrebbe ferito di meno se il mio cordone ombelicale fosse stato tagliato tanti anni prima non da uno sconosciuto in camice bianco ma da lui stesso? E' un dubbio che mi sfiora lieve in questi giorni.

05 ottobre 2008

Franco Zaio - Cesare Pavese - Last Blues


Sono contento di prendermi il tempo di parlare del CD di Franco Zaio, contenente sette suoi brani composti su poesie di Cesare Pavese. Il CD si chiama Last Blues ed è pubblicato da Devega, distribuzione Venus. Qui si può ascoltarne qualche assaggio.

Franco con questo progetto dimostra di essere ciò che è: persona di grande energia che anima la vita culturale di Genova. Con una modestia e un continuo interrogarsi che gli fanno onore e che traspare ogni giorno dal suo animato e visitato blog o dai suoi sms aforistici con cui puntella e a volte sostiene le mie giornate e quelle dei suoi amici più vicini.

Per un genovese fa uno strano effetto ascoltare i versi Cesare Pavese cantati da un piemontese che vive a Genova. Come mettere il naso in qualcosa di privato che noi, gente abituata alla luce marina e al vento teso, non possiamo capire fino in fondo. Simile specularmente alla perplessità di un Paolo Conte di fronte ai lini e alle vecchie lavande nell’ombra dei nostri armadi.

Ho sempre letto Pavese con questa difficoltà a capire lo spirito piemontese che lo pervade. Solo quella parte di sangue piemontese che mi corre nelle vene sembra mettermi in sintonia con la dignitosa accettazione di un destino umano senza speranza e con una auto-disciplina che solo chi ha a che fare con il Piemonte e Torino può capire.

Il rischio di mettere in musica le poesie di Pavese sono note: l’effetto Fiorello che canta San Martino di Carducci è dietro l’angolo: quell’effetto che incastra forzatamente la metrica poetica dentro alla rigidità della forma canzone con un risultato che nel miglior dei casi è ridicolo, quando non offensivo per la letteratura tutta.

Questo non succede mai (a parte rarissimi casi) nelle canzoni di Last Blues. Con una abilità che non so se accreditare del tutto a Franco o se insita nella forma stessa poetica di Pavese, i versi si incastrano nelle strofe e nei ritornelli con grande naturalezza.

Le desolazione del verso pavesiano quasi contrasta con la dolcezza di un pop nobile, venato da influenze beatlesiane da una parte, ma anche e soprattutto Alternative. Si ascoltano ritmiche e bassi post-punk (Joy Division, The Church), riff alla Steve Wynn chitarre e artigianato alla Elliott Smith, ma su tutto vince sempre lo slancio melodico, quasi radiofonico, dei ritornelli. Bisogna concentrarsi sulle parole per sentirsi colpire allo stomaco, laddove la musica tende naturalmente ad una maggiore leggerezza che rende il tutto fruibile ma mai banale. Comunque sempre teso al cuore.

Zaio suona (quasi) tutto: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, basso, batteria, l’amato tamburello, organo e pianoforte. La cosa rende se possibile ancora più emerito il suo sforzo. Da segnalare anche la partecipazione di Andrea Frascolla con la sua Fender Strato in Come uno che si lasci cadere (il brano più rock) . Fondamentali i cosiddetti finali “suca”: finali “buttati lì”, a conferma dell’amore per la sintesi e l’odio per la prosopopea.

Qualche arditezza armonica e formale in più non sarebbe stata sgradita, così come mi auguro che Franco trovi più occasioni per stendere la sua bella voce, forse qua là un po’ arrugginita da un forzato non costante esercizio. Ma i piccoli nei scompaiono di fronte al coraggio dimostrato nel cimentarsi con un progetto di questo tipo e all’ottimo risultato complessivo: canzoni di grande spessore da ascoltare e riascoltare.

08 settembre 2008

Numeri Primi

Una cara amica, che qui si chiamerà E.d.L. , non ha (per ora) grande dimestichezza con i blog, ma ha invece confidenza con la scrittura (e l'arte).
Mi ha mandato queste righe sul libro di Paolo Giordano
La solitudine dei numeri primi, che, come si dice, "volentieri pubblichiamo".
E' un libro di cui si parla molto e sembra generalmente apprezzato, per cui qualcuno qui intorno che l'ha letto (e magari vuole dirci cosa ne pensa) c'è di sicuro. Io non l'ho ancora fatto ma lo farò.


Non leggevo così d’un fiato da moltissimo tempo. Mia Madre mi aveva detto che era un libro che ti sollecitava ad andare avanti. Come un giallo. Ma non sapevo esattamente cosa aspettarmi, anzi, dalla presentazione seguita sulla terrazza del Castello di Acicastello (CT), in una serata torrida con l’autore arrostito sotto i riflettori, non avevo affatto ricevuto l’impressione che si trattasse di un vero e proprio romanzo. Piuttosto di racconti sull’infanzia e l’adolescenza.

Non è così. Il libro esplora molto di più, con una costruzione narrativa leggera, e per me nuova.

Tratta della vita degli studenti di una classe. Tutti legati da coincidenze, eventi, malesseri e cattiverie contorte. Ad ogni capitolo ti aspetti che il registro cambi, che non vi sia ancora un filo di Arianna che conduca al prossimo scenario. Le inquadrature sono compiute in sé, tanto quanto in relazione le une alle altre. Molto gradatamente siamo spinti in avanti da piccoli colpi di scena, che svolgono l’impeccabile struttura narrativa.

Il destino gioca un grande ruolo, lieve e ineluttabile come un vento serale. Può ritardare di un’ora, non di più. I personaggi entrano in rotta di collisione, per poi schivarsi all’ultima frazione di secondo. Giordano non indulge, dice le cose come stanno, riesce a non trasfigurare, se non nei momenti in cui entra sinuoso nelle fantasie dei personaggi, allora descrive metafore matematiche e fenomeni fisici ammalianti. La tensione superficiale dei liquidi, i moti convettivi e altre meraviglie dell’universo restituiscono a chi legge, un senso di genuino rapimento davanti alla vita. In quei momenti il silenzio siderale afferma l’armonia delle cose che funzionano come devono.

L’estetica del testo riposa lì, in questi spazi mentali e reali ad un tempo, che restano imperturbati dagli accidenti mondani. Un contrappasso meraviglioso nella narrazione.

Non sono solo storie psicologiche di bambini deprivati della fantasia e del coraggio di vivere se stessi con fiducia. Nemmeno storie soltanto di un'infanzia sola, senza un filtro che medi il loro primo impatto con il mondo. Sono storie di figli, i cui genitori sono descritti quasi sempre seduti davanti ad un televisore. Paralizzati da vicende immense e indigeribili, anche dopo anni. Genitori soli, privi di famiglia estesa o spazio sociale. La vita di queste famiglie mostra l’eccessivo tempo di esposizione che i figli vivono rispetto alle disfunzioni familiari. Emerge la loro fatica ad emanciparsi e a conciliare il sunto del dare e dell’avere, nel rapporto familiare.

Giordano tratta di un modo di vivere e crescere molto introflesso, che si auto-ausculta senza davvero ricevere sollecitazioni ad un rapporto su scala maggiore, o quanto meno diversa. L’esterno sociale non riguarda la crescita di queste persone. Questa è la realtà. Non ci sono termini di confronto ampi e l’unità di misura è dettata soltanto da se stessi.

La bambina Alice, da angelo delle nevi diventa donna trentenne, con da sempre appresso la sua brava anoressia. Ne seguiamo il tracciato, i giochi terribili della tempistica di conversazioni difficili, sulle quali gioca un’intera vita. I movimenti dell’anima sono un territorio fascinoso e irregolare che attrae l’autore tanto quanto quelli dell’esattezza algebrica. Qualcosa che crescerà ancora, credo, facendo cadere giù qualche velatura di colore forse troppo netta.

Mi aspettavo un libro dalla scrittura molto discorsiva, colloquiale. Così mi avevano detto. Ho letto un libro in cui il gergo corrente fa capolino e poi se ne sta buono al suo posto. Dove gli dice di stare Giordano. I registri linguistici sono vari. Non ho riscontrato dipendenza rispetto a nessuno di essi.

Il testo è orchestrato con immenso lavoro di ripulitura. In questo gran lavoro riconosco la virtù di non perdere immediatezza.
Un libro da rileggere ancora.

E.d.L.

22 luglio 2008

Highlights of the week

A volte una chiacchierata anche breve con un caro amico dà la svolta alla settimana.

E fa bene dare libertà ai ricordi lontani, anche a quelli che si ritenevano forse rischiosi.

21 novembre 2007

?



L'altro giorno un amico mi ha detto scherzando: "ma perché non sei come nel tuo blog anche nella realtà?".

Ma scherzava davvero?

13 novembre 2007

L'Ascoltatore è tornato

E' tornato!
Perso tra le montagne da quasi tre anni (ma come ha fatto a resistere in quelle valli domesi così strette che quando ci sono stato io m'è venuta l'ansia dopo sette minuti), dopo non poche rocambolesche vicissitudini - tra notti bollenti e giornate ghiacciate - è tornato Listener, aka TeoTrash. Cosa ha in serbo per noi non lo sappiamo ancora, ma il breve scritto molto autobiografico in apertura del suo blog fa presagire cose interessanti e "trasverse". Benritrovato.

10 novembre 2007

Il rombo assordante della cassa

L'altra sera, ascoltando con un amico un CD jazz di grande qualità sonora (Jaco Pastorius Big Band - Word of Mouth Revisited) su un ottimo impianto Hi-fi, parlando di aspetti tecnologici e musicali, ad un certo punto lui mi cita il sound della cassa della batteria.

Ah sì certo, la cassa.

La cassa.


LA CASSA? Quale cassa???

Tendo l'orecchio verso il subwoofer.

Lui dice: "ma sì, non la senti? Fa tum tu-tum tu-tu-tum qui sotto. Proprio ora..."

Nel mio sguardo appare un pò di inquietudine. Mi avvicino ancora al subwoofer (e intanto penso: "ma che ti avvicini, scemo, le frequenze basse non c'entrano con la vicinanza o la lontananza").

L'amico mi guarda un pò preoccupato e forse già compassionevole. "Se ti sposti qui la senti."

Mi sposto. Mi immagino nel cervello come suona una cassa, di solito. "Tum tu-tum tu-tu-tum". Me la immagino anche mentre batte sulla pelle. Tum Tum.



Niente. Non sento nulla.
NON SENTO NULLA.

Guardo l'amico con la mia espressione "faccia storta". Lui tace e mi guarda impassibile.

Allora mi concentro, chiudo gli occhi. Apro i padiglioni delle orecchie come padelle per farinata. Già in preda al panico cerco di discernere chiaramente i piatti, le trombe, il basso, il pianoforte... diamine, per esclusione rimarrà la cassa, si o no?

Niente.
Mi appello al mio fisico.

Solo allora, nel fondo della bocca dello stomaco, nell'estremità del tallone, sento un "tum tu-tum tu-tu-tum". Il pavimento vibra e trasmette delle (debolissime) vibrazioni alla mia gamba, e più su fino in pancia...

Eccola. E' lei. La cassa! La cassa! Guardo l'amico, con un senso di liberazione.
Ma il sudore imperla impercettibilmente la mia fronte.

Peccato che una cosa è ascoltare le frequenze basse con le proprie orecchie, altra cosa è "sentire" le vibrazioni con la pancia e le viscere...

Così imparo ad essermi stritolato le orecchie fin da piccolo con Dead Kennedys e Germs... A quest'ora qualche miliardo di cellule del timpano saranno disintegrate.

Insomma, una piccola dimostrazione che gli anni passano.
Amen.

Qui sotto, preclari esempi di cornetti acustici.

08 ottobre 2007

Designing the imagination

Da un pò voglio parlare di silver_mirror.

Il mio amico Giovanni Caviezel è un poliedrico creativo dedito al suono, al visivo, al grafico e al fotografico con una particolare propensione per le attività nell’ambito della cultura per bambini, che gli ha dato non poche soddisfazioni.

Ma nel suo blog Giovanni è soprattutto dedito al tentativo di sfuggire l’entropia, il dilagare dell’informazione che tutto sommerge, trascina e livella. E lo fa attraverso l’ironia, la leggerezza e la ricerca di cose del passato che fanno star bene (come tutti noi che siamo un po’ Peter Pan).

Laddove io scrivo un post indignato sulla Moratti che vuole togliere i manifesti di Toscani sull’anoressia, lui spiazza facendo dell’ironia su una Milano grassa e magra, mostrando quanto questa città e i suoi abitanti si prendano troppo sul serio.

Laddove io ricerco, come lui dice, la sezione aurea in tutte le mie inquadrature fotografiche, lui ritrae soggetti volutamente sfocati o tagliando visi, mani e gambe.

Non assume il cipiglio dell’intellettuale serioso, del severo censore o del cittadino indignato (come capita spesso a me) ma si diverte a mescolare il tutto, come un frullato alla vaniglia. E tuttavia lo fa senza lo snobismo del post-moderno a tutti i costi.

Il suo blog è un ironico concentrato di “alto” e di “basso”, dove un dissertazione di laurea sullo fotografia lomografica si mescola ai grevi pettegolezzi di Dagospia, la notizia della scomparsa di Renato Arnheim o di Ingmar Bergman si ritrova accanto – orrore orrore – ad un articolo sull’assassinio di Garlasco.

Per non parlare poi dei Google Ads che “funestano” il sito e che, a causa della varietà di argomenti trattati nel blog, risultano assolutamente spassosi e spiazzanti. Come quello che ci invita a comprare biglietti per una fantomatica festa di Halloween o che ci offre a caro prezzo la suoneria dei Simpsons...
E’ un piacere cliccarvi sopra a ripetizione con l’illusione di arricchirlo…

Sempre in giro con la sua macchina fotografica, ha una lodevole simpatia per le gentili signore in grembiule e guanti di lattice (altrimenti dette “maids”) e contemporaneamente in molti post ci offre notevoli esempi della sua arte grafica e fotografica.

Sicuramente non riuscirà mai a farmi piacere gli album solisti di Ringo Starr e George Harrison (la sua sembra una visone della musica pacifica, bucolica, un po’ fricchettona, anche perché come molti altri si è perso il serioso furore della New Wave primi Anni ’80) ed ogni volta che cita Paul Mc Cartney mi viene il mal di pancia.
Tuttavia, quando racconta del fascino di donne incontrate sui manifesti ad una fermata di bus in una notte milanese, non posso fare a meno di ammirarlo e anche invidiarlo ancora un pò.


All photographs and graphics © Giovanni Caviezel

30 luglio 2007

Under the Moonlight, the serious Moonlight

Venerdì sera, con gli amici di sempre, in un locale sul mare - i 7 Nasi di Genova - si è parlato di musica e di molto altro, ripetibile e no.
Presi dalla conversazione intensa, non abbiamo ovviamente fatto molto caso a ciò che avevamo dietro, ma per fortuna uno di noi è stato attento e la foto ne è il risultato.
Con uno spettacolo così non poteva che essere una serata più che riuscita.
No Caraibi; Genova-Quinto.

foto © Marco "il Barba" Murdolo