Approfittare dell'occasione di non scrivere solo per sé, per confrontare il proprio pensiero con ciò che accade intorno. Insomma, per vedere - non più di nascosto - "l'effetto che fa".
03 marzo 2012
Piazze, giganti e motori
Un bambino di nove anni davanti ad un grande schermo in bianco e nero guarda e ascolta una canzone cantata da un omino piccolo e buffo. La mamma rassicurante commenta con il papà di quanto sia peloso, forse anche un po’ poco pulito. Ma la favola di un grosso signore che beve vino e viene chiamato Gesù Bambino la fa preferire a tutte le altre canzoni di quel Festival, immagine di un cristo poco conciliabile con le storielle del catechismo da Apostolato Liturgico che il bambino ascolta in quegli anni.
Oppure quella del gigante e della bambina, altra favola di un orco forse buono che lascia un sapore misterioso e obliquo nell’immaginario del ragazzino, facendo intravedere pregiudizio e ingiustizia.
Oppure Fumetto, sigla finale di Gli Eroi di Cartone, che ancora oggi - anche se solo per un istante - mi fa rivivere la gioia che provavo nel vedere quel programma televisivo, atteso tutta la settimana.
Dieci anni dopo, per le strade di Genova si respira aria grigia, terrea. I pantaloni a zampa di elefante e i Jeans Jesus raccontano della voglie frustrate e goffe di essere liberi.
Quale allegria, in effetti? La musica andina degli Inti-Illimani si ripeteva angosciosa da tre anni ormai e le uniche cose reali potevano essere quelle di uno stomp più disperato che erotico. Perché Genova è diversa dalla grassa Bologna e i bambini nei vicoli ti hanno sempre fatto credere che possono anche perdersi.
Nella stanzetta dell’adolescente risuonano Radio Genova Sound prima, Radio Spazio Libero poi e grazie ad esse le storie di Carmen Colon, forse la bambina del gigante di prima questa volta trascinata sull’asfalto urbano e violento degli Anni Settanta, senza giganti a proteggerla.
Note di speranza per un anno che verrà e che si spera migliore di quegli anni di piombo cui il ragazzo sfugge solo grazie a qualche anno di punk di differenza e per mileau familiare.
Note di un mare profondo di cui però non aveva mai ascoltato e forse capito abbastanza bene il testo, così trasportato da ritmica e melodia.
Nella solitudine dei pomeriggi post maturità dei primi Anni Ottanta, di fronte al fiorire dei primi videoclip e e delle TV private, sorridere un po’ snob alla vista del balletto del lupo. La ragazza più magra carina e la ragazza ciccia buffa, che però canta niente male. Per fortuna troppo distratti dal turbine del rock new wave inglese dove pulsa il nuovo.
Aula Magna dell’Università di Bologna. Il rettore consegna una delle prime lauree honoris causa al piccolo cantautore, molti anni prima che quelli milanesi di Stronzologia assegnassero lo stesso titolo ai Rossi vaschi e valentini. Già allora il giovane studente occhialuto pensa sia una bella cagata, ma non può fare a meno di sorridere per l’acutezza delle parole dell’uomo barbuto.
Altri dieci anni dopo, Via Massimo d’Azeglio, in visita di lavoro, non incontrarlo per sfortuna, ma ritrovarsi nelle sue stanze piene di opere d’arte contemporanea e comprendere di essere di fronte ad una grande intelligenza, debordante curiosità, umanità e voglia di vivere.
Alla Stazione Centrale di Roma partecipare alla presentazione del non troppo fortunato Henna.
Caruso mi impone di imbattermi nel suo nome quasi quotidianamente, tanto la canzone è famosa in tutto il mondo e domina la classifica degli incassi.
Stella di Mare, cantata da Mia Martini.
Oggi è partita la parata delle “preferite” ed è giusto così.
Dalle mie parti si guardano le classifiche di iTunes, e va bene così.
In Piazza Grande oggi si ricorda, è ok.
Non sono mai stato un fan di Lucio Dalla.
Ripasso sull’iPod le canzoni della sua playlist e mi rendo conto che ha segnato molti momenti della mia vita e che ieri a pranzo, tutti, anche i più accesi metallari, dicevano la stessa cosa.
10 dicembre 2011
23 marzo 2009
Closer close-up
Domenica mattina ho salutato moglie, figli, sorelle, parenti vicini e lontani e insieme ad un caro amico fotografo sono andato a caccia.
A caccia di immagini. Immagini diverse dal solito.
Da tempo volevo farlo e finalmente, eccole.
Molti le riconosceranno subito.
Non è da tutti passare la prima assolata domenica di Primavera in un cimitero, lo so.
Ma che cimitero (il cimitero monumentale di Staglieno a Genova) e per quali immagini.
Sono le sculture utilizzate nel 1980 per copertine dell'album Closer e del singolo Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Un album e un singolo che hanno segnato me e molti altri, che sul quelle copertine abbiamo passato ore, nelle nostre camerette dark un po' problematiche, mentre il vinile nero girava nero.
Per anni ho avuto gli originali di queste sculture a due chilometri da casa e non le avevo mai viste dal vivo.
All'interno non è stato difficile trovarle, anzi quella di Closer si trova a sinistra, appena entrati (il mio amico - cinico ascoltatore dei Queen - ha detto che il fotografo, non avendo tempo, riprese la prima statua capitata a tiro...).
Mi sono trovato a volte a chiedermi su come furono scelte, e chi le propose a Tony Wilson della Factory Records per quelle due copertine. E' vero che esiste da sempre una forte affinità tra Genova e l'Inghilterra, ma Manchester e Staglieno non mi pare ispirino particolari associazioni di idee.
La mattinata è continuata con un indimenticabile giro tra viali alberati in collina, tra cappelle gotiche monumentali e capolavori della scultura, tra prati degradanti vero la Val Bisagno piene di tumuli infiorati e sentieri che ad ogni angolo offrivano scorci mozzafiato e un po' inquietanti di statue, croci e lapidi, a volte anche abbandonate, respirando una boccata di spirito da Grand Tour ottocentesco insieme ad una sensazione di abbandono malinconico, accentuato dalla polvere e dallo smog che ricoprono molte statue.
Se non si è troppo sensibili o peggio superstiziosi, facendo clic qui si può accedere ad una selezione di altre mie foto di queste sculture, "fantastiche" nel vero senso della parola.
04 febbraio 2009
Dieci anni
Troppo facile parlare di Fabrizio De André in questo decennale della scomparsa?Ma lui rappresenta per me molto di ciò che è la mia educazione sentimentale e intellettuale e credo di dovere molto a lui e a coloro che me lo fecero conoscere, quando ero bambino di pochi anni.
Quello che posso dire è che il Volume 8 (1975) è oggi l'album a mio avviso più attuale e bruciante di De André.
Perché?
- La cattiva strada. Così ermetica e al contempo così chiara nel giustificare l'ambiguità crudele dell'uomo per il mezzo musicale di una ballata quasi sbarazzina. Una "que sera" di Chico Buarque italiana, più spietata. Mi ricorda indirettamente l'atmosfera di "Gomorra".
- Nancy - La storia di Nancy, della sua bigiotteria, della sua perdutezza e della distrazione degli uomini. Ai livelli di Suzanne di Leonard Cohen. Forse ancora più penetrante, nella sua fine, con quel "sono contenta che sei venuto" che ti morde lo stomaco.
- Le storie di ieri - Il ragazzo guarda il muro e si guarda le mani e capisce che non potrà mai accettare la generazione dei padri. Quello è il suo turno. E ti chiedi: i nostri figli ci guardano così oggi, noi nostalgici di un "vero" pensiero di sinistra?
- Giugno '73 - La fine struggente, affilata e rassegnata di un amore. "Tua madre c'è l'ha molto con me, perché sono sposato e in più canto" ... "E' stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati".
- Canzone per l'Estate - Il borghese degli Anni Settanta, degli Anni Ottanta, Novanta e di oggi. Eccomi a immedesimarmi come migliaia che si chiedono com'è che non riescono più a volare.
E cosa avrà provato mio padre ascoltando questa canzone?
- Amico Fragile - Per me il capolavoro di De André, anche musicalmente. La canzone della diversità, del disagio di sentirsi lucidamente estranei e lucidamente perduti, dell'orgoglio di esserlo. "Ero molto più curioso di voi" con tutte le implicazioni del caso, senza paracaduti.
Cosa poteva accadere ad un ragazzo tredicenne che nel mezzo degli Anni Settanta si trovò ad ascoltare queste parole?
05 ottobre 2008
Franco Zaio - Cesare Pavese - Last Blues

Sono contento di prendermi il tempo di parlare del CD di
Franco con questo progetto dimostra di essere ciò che è: persona di grande energia che anima la vita culturale di Genova. Con una modestia e un continuo interrogarsi che gli fanno onore e che traspare ogni giorno dal suo animato e visitato blog o dai suoi sms aforistici con cui puntella e a volte sostiene le mie giornate e quelle dei suoi amici più vicini.
Per un genovese fa uno strano effetto ascoltare i versi Cesare Pavese cantati da un piemontese che vive a Genova. Come mettere il naso in qualcosa di privato che noi, gente abituata alla luce marina e al vento teso, non possiamo capire fino in fondo. Simile specularmente alla perplessità di un Paolo Conte di fronte ai lini e alle vecchie lavande nell’ombra dei nostri armadi.
Ho sempre letto Pavese con questa difficoltà a capire lo spirito piemontese che lo pervade. Solo quella parte di sangue piemontese che mi corre nelle vene sembra mettermi in sintonia con la dignitosa accettazione di un destino umano senza speranza e con una auto-disciplina che solo chi ha a che fare con il Piemonte e Torino può capire.
Il rischio di mettere in musica le poesie di Pavese sono note: l’effetto Fiorello che canta San Martino di Carducci è dietro l’angolo: quell’effetto che incastra forzatamente la metrica poetica dentro alla rigidità della forma canzone con un risultato che nel miglior dei casi è ridicolo, quando non offensivo per la letteratura tutta.
Questo non succede mai (a parte rarissimi casi) nelle canzoni di Last Blues. Con una abilità che non so se accreditare del tutto a Franco o se insita nella forma stessa poetica di Pavese, i versi si incastrano nelle strofe e nei ritornelli con grande naturalezza.
Le desolazione del verso pavesiano quasi contrasta con la dolcezza di un pop nobile, venato da influenze beatlesiane da una parte, ma anche e soprattutto Alternative. Si ascoltano ritmiche e bassi post-punk (Joy Division, The Church), riff alla Steve Wynn chitarre e artigianato alla Elliott Smith, ma su tutto vince sempre lo slancio melodico, quasi radiofonico, dei ritornelli. Bisogna concentrarsi sulle parole per sentirsi colpire allo stomaco, laddove la musica tende naturalmente ad una maggiore leggerezza che rende il tutto fruibile ma
Zaio suona (quasi) tutto: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, basso, batteria, l’amato tamburello, organo e pianoforte. La cosa rende se possibile ancora più emerito il suo sforzo. Da segnalare anche la partecipazione di Andrea Frascolla con
Qualche arditezza armonica e formale in più non sarebbe stata sgradita, così come mi auguro che Franco trovi più occasioni per stendere la sua bella voce, forse qua là un po’ arrugginita da un forzato non costante esercizio. Ma i piccoli nei scompaiono di fronte al coraggio dimostrato nel cimentarsi con un progetto di questo tipo e all’ottimo risultato complessivo: canzoni di grande spessore da ascoltare e riascoltare.
07 settembre 2008
26 agosto 2008
25 agosto 2008
Le vie di una città
Ciò ci risparmierebbe in futuro tra l’altro Vico Fiorello, Via Gianni Versace, Piazza Giuseppe Grillo detto “Beppe”, Viale Giulio Andreotti, Largo del Cavaliere poi Presidente eccetera.
Suona pure come un’idea da diessini.
E comunque diciamocelo, in nome delle Fragole, dello Zucchero e del “Cioccolatte” di nefandezze nel mondo ne sono state commesse almeno altrettante.
Il Carmine
Lo ammetto. Genovese di nascita, non conoscevo il Carmine.
E’ un quartiere antico e centrale, che fa da frontiera tra i vicoli a mare e i quartieri residenziali della zona a monte a ovest di Castelletto. Il suo nome è sempre stato legato alla omonima chiesa, ingiustamente celebre per lo spaccio che di fronte si consuma(va).
Il Carmine (qui il mio breve tour fotografico) è in realtà un piccolo incantato paese a sé, dove l’atmosfera è quella del borgo antico, dove il muro scrostato convive con i panni colorati e con i ciottoli della creusa e dove i portoni delle abitazioni sembrano portoni di antichi monasteri.
Chi non vorrebbe vivere in Vico della Fragola o in Vico dello Zucchero, uscire di casa e svoltare in Vico del Cioccolatte? Nomi antichi di vie in cui evidentemente era possibile mercanteggiare questa marce allora preziosa ed esotica, non a caso molte intersencantesi con Via del Valore.
Piazza S. Bartolomeo dell’Olivella, con due olivi luccicanti a far da guardiani al portone della vecchia chiesa dimenticata, dove staziona la cuccia vuota di un improbabile “cane di quartiere” e dove, con occhio un po’ indiscreto, si può osservare dentro alla vita delle persone, immaginare (o sognare) il loro ordine lindo.
Ma il culmine del quartiere è Piazzetta della Giuggiola. Una minuscola piazza pedonale e senza uscita abbarbicata in cima ad una piccola collina, che piazza non è, ma cortile, corte.
Appena arrivato, una assolata domenica d’estate prima di pranzo, si acoltava il suono delle radio uscire dalle finestre e una ragazza acompagnava intonata Eppure soffia di Pierangelo Bertoli. Nelle altre vie si ascoltava Gigggi, Shakira, Mina, addirittura i Pearl Jam.
Bertoli era uno strano cantautore rock di sinistra, oggi inattuale e non ancora riscoperto dai revival ciclici. E bene echeggiava in questa piazza solitaria e fuori dal tempo. Ricordava una Genova viva e combattiva.
Mi sono seduto e ho ascoltato la canzone fino alla fine, sperando senza speranza di intravedere la giovane, che ho immaginato e tuttora immagino molto bella.
P.S. Per chi come me non si ricorda come è fatta una giuggiola, eccone un disegno.
13 luglio 2008
Visa vs. Palanche
Milano-Genova. Uscita barriera di Ge-Sampierdarena.Cento auto in coda al casello "Pagamento in contanti".
Una sola auto, la mia (che vivo a Milano) al casello per carta di credito.
Genova-Milano. Uscita Milano. Barriera di Bereguardo.
Seicento auto in coda al Viacard.
Tre auto tre al pagamento in contanti.
Belin, che la carta di credito costa.
Come amo i genovesi e come amo ridere dei luoghi comuni.
01 aprile 2008
Maniman 2
Maniman che qui non si diventi troppo pallosi...
Maniman 1
"Ora deve essere chiaro che la sostanza di tutto, la ragione soggiacente al fatto che ora sia qui, sia tornato per restare e resterò nella città di Genova, è pura squisita, gratuita necessità di bellezza. Non sono tornato per la fortuna, sono tornato per la bellezza. E' in questa città che ho stabilito la sua sede.
"Sono cresciuto circondato dalla bellezza perché tutto intorno a me era costruito di gesti di dignità e decenza".
"La mia relazione con Genova è d'amore, la rete di relazioni che ho stabilito è affettuosa. Non fosse così, non saprei viverci; penso che sia dura per chiunque vivere in un deserto ingombro di spoglie di bellezza."
(...) La bellezza delle cose è nell'ordine che lo sguardo degli uomini sa dare alle cose.
E il disordine non è delle cose ma dell'uomo.
Per questo pui vedere dolcezza ovunque nelle cose degli uomini. (...)
Maurizio Maggiani, Mi sono perso a Genova. Una guida, 2007 Feltrinelli, 91p.
Mi piace questo sguardo lanciato su Genova da un non genovese. Accade spesso che chi non è genovese (Paolo Conte, Genova per noi) sappia cogliere sfumature e prospettive che noi genovesi tendiamo a dare per scontate. Anche le foto pubblicate nel suo libro sono in sintonia con quello che vedo intorno a me oggi (le foto qui sopra sono però mie).
02 dicembre 2007
24 novembre 2007
30 luglio 2007
Under the Moonlight, the serious Moonlight
Presi dalla conversazione intensa, non abbiamo ovviamente fatto molto caso a ciò che avevamo dietro, ma per fortuna uno di noi è stato attento e la foto ne è il risultato.
Con uno spettacolo così non poteva che essere una serata più che riuscita.
No Caraibi; Genova-Quinto.
foto © Marco "il Barba" Murdolo
21 luglio 2007
Ricordare
Il TG1 lo trasmise per sbaglio in prima serata. Poi mai più. C'erano troppe donne, anziani e bambini lì in mezzo.
Non c'è molto da commentare.
Su Youtube, per gli stomaci forti, c'è molto di peggio.
27 dicembre 2006
24 dicembre 2006
Buoni auspici
Dopo l'acquisto dei regali per gli altri, alla vigilia di Natale decido di farmi un regalo. E lo faccio in un luogo dove non entravo da almeno 20 vent'anni. Quel Disco Club di Via S. Vincenzo a Genova di cui ho riletto di recente e che mi ha riportato alla memoria le decine, forse centinaia di pomeriggi passati a sognare su grandi copertine colorate di album in vinile, indeciso su quale scegliere e dove spendere quei pochi biglietti da mille lire che allora avevo in tasca.Ho trovato tra gli scaffali e subito comprato la riedizione arricchita con demo tracks di Ramones, primo album del 1976 dell'omonimo gruppo newyorkese, disco seminale per tutto il Punk, la New Wave e l'Alternative rock a venire.
Ma la cosa più straordinaria è stata sentire commentare con sorpresa dal gestore: "Però! Questo è l'album più richiesto del giorno".
In pratica, alla vigilia del Natale 2006, Disco Club aveva venduto ben tre - ripeto 3 - copie di Ramones.
Evidentemente l'album più natalizio che ci si possa immaginare!
Mi piace credere che domani qualcun'altro ascolterà, scartando i regali, Blitzkrieg Bop e Let's Dance al posto di Jingle Bells e Bianco Natale!
Intanto mio figlio piccolo che mi accompagnava nel negozio guardava interessato lo scaffale con gli album dei Green Day.
Se questo non è già un buon auspicio per il 2007...



