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10 giugno 2012

C'è scuola e scuola

A volte bastano poche righe - in questo caso illustri - per definire una buona scuola.


Giulio Giorello a proposito del Liceo Berchet di Milano: "Finito il biennio del Ginnasio, ebbi l'occasione di conoscere alcuni professori veramente in gamba. (...) un altro era don Luigi Giussani, che certo non aveva il temperamento di Don Abbondio, ma era un ispirato docente di religione, così bravo che ancora oggi lo ringrazio di avermi fatto diventare ateo." (pag. 30)

Autori vari, B11 Berchet 1911-2011, 2011, 606 pagg.

04 aprile 2012

Diritto al lavoro. Ma lontani da mammà

Cosa è più logorante per un giovane che guarda oggi al suo futuro nel mondo?


E' logorante studiare sette camicie per sperare di trovare lavoro dopo diciotto anni di fatiche?
Per poi ancora agitarsi per (forse) finalmente trovarlo?

Ma non è forse più logorante per i figli sopportare la vista quotidiana di questi genitori che affannosamente si agitano intorno e si agiteranno tutta la vita per poter dare loro una prospettiva migliore?
Può un ragazzo convivere con il fardello e la pressione di questa attenzione quotidiana? Una piccola goccia acida che rimbalza su ogni atto della vita quotidiana. Una specie di punizione ultra-terrena da cui non può fuggire. Un catalizzatore di sensi di colpa e di impotenza.
Questa attenzione, questa ossessione del futuro, maledettamente disinteressata; obiettivamente indispensabile. Eppur mai veramente richiesta.
Conferenze scolastiche, seminari di associazioni di volontariato, trasmissioni dedicate, blog in rete, cene tra adulti in cui l'argomento regna sovrano. Il tema è sempre lo stesso: il difficile futuro dei giovani.
Non stupisce che alcuni di questi, esausti e smembrati, rimangono per sempre avvinti come in una tossicodipendenza nel mondo di frutta candita dei genitori che si agitano per loro, rimanendo per tutta la vita dei mantenuti.

E se invece il messaggio che loro vorrebbero inviare fosse: "non datemi una mano; lasciate che sia io a svangarla. Non voglio più vedervi rinunciare a nulla per me. Mi avete generato ed allevato, trasmesso i vostri geni e la vostra cultura "illuminata" di sinistra. Accontentatevi di ciò un buona volta. Un tempo voi lottavate per dei valori nuovi, diversi da quelli dei vostri genitori. Oggi noi lottiamo per vivere nel mondo, ma anche per essere indipendenti, costretti a sopravvivere alla vostra invadenza, al vostro continuo e inevitabile venire in soccorso.
E soprattutto, voi genitori - perché è in questo che dimostrate di essere proprio ciò che temete di più, ovvero VECCHI - toglietevi di dosso quella maledetta aria di martiri piegati della globalizzazione, rinunciatari al lusso dei vostri padri cresciuti nel boom, soffocati dall'angoscia indotta dai mezzi di comunicazione, vetero borghesi di una classe media che non c'è più, disincantati e cinici ormai di fronte a tutto e tuttavia ancora cullàti e consolàti come bambini dalle cagate dei vari Neil Young, Lou Reed, Clash, Joy Division, cantori tedofori di un'immagine da perdenti, figli di un'epoca rock'n roll oggi fagocitata e sincronizzata dagli spot della BMW Eletta, dagli assorbenti femminili e dai prodotti di cosmesi per maschietti.
Abbiamo sentito parlare di Pasolini da voi, ci siamo commossi ed entusiasmati con voi a vedere Apocalypse NowInto the Wild, ma ora lasciateci ascoltare Skrillex e Jason F in pace."

Noi genitori siamo ansiosi nei confronti del futuro dei nostri figli.
Abbiamo modellato esageratamente i nostri progetti anche personali in funzione del loro futuro. L'impressione è che, più che aiutarli, a volte li si bombardi di aspettative di cui forse loro stessi, nella migliore delle ipotesi, non si rendono conto e che soprattutto non ci chiedono. Alcuni, magari più pragmatici, convivono bene con questa forma strisciante di assistenzialismo paternale, ma altri, più sensibili e timidi, non ne verranno schiacciati e avviliti nell'anima e nello spirito?


Foto © Arimondi

23 ottobre 2011

Maturitudine

Un collega dice che "invecchiare è una scelta".
Ho immediatamente sposato questa tesi ottimista e lieve.
Ma ha appena compiuto quaranta anni e percepisco una leggerezza nelle sue parole che tradisce una certa ingenuità.

E' da tempo che tra i miei tag figura la parola adolescenza, visto che l'osservazione dell'età dei miei figli stimola molte riflessioni soprattutto se messa in confronto con ciò che fu quell'età per me.
Ma non a caso ne è appena apparsa un'altra: maturità.

Il post precedente è solo un esempio di come questo passaggio segni un momento importante. 
Spesso è argomento di cui non si ama parlare. Lo faccio forse per contrastare con l'esorcismo della parola l'idea che questa compagna debba per forza essere molesta.

Evidentemente non a caso, qualche giorno fa, durante l'ascolto del Cavaliere della Rosa di Richard Strauss, sono rimasto colpito  dall'aria Da Geht Er Hin (conosciuta anche come il Monologo della Marescialla):




E posso rammentare una fanciulla, dal convento appena uscita, cui fu imposta la santa condizione delle nozze.
(prende lo specchio)
E dov’è ora?
(sospirando)
Sì, cerca la neve dell’anno passato.
(tranquilla)

Parlo così:
ma come può essere vero
che io stia stata la piccola Resi
e che poi sarò un giorno una signora vecchia...
Una signora vecchia, la vecchia Marescialla!
“Guarda là, passa, la vecchia Principessa!”
Ma questo come accade?
Come il buon Dio può farlo?
Io resto sempre uguale.
E se anche deve fare così,
perché egli vuole inoltre che io assista a tutto,
con mente così chiara?
Perché non me lo cela?
(sempre più piano)
Tutto è un mistero, un grande mistero, ed esistiamo per questo
(sospirando)
per sopportarlo.
E nel “come”
(con molta calma)
sta la vera differenza.

(...,)

Oggi mi sembra che io debba provare la debolezza di ogni cosa effimera,
giù in fondo fino all’anima,
che nulla si può stringere,
nulla si può serrare.
Che tutto si disperde tra le dita,
che scompare tutto ciò che afferriamo,
tutto si disfa come nebbia o sogno.

(...)

E’ il tempo, Quinquin, è il tempo,
che pure nulla muta nei fatti.
Il tempo, cosa strana,
Passiamo così i giorni della vita, e un nulla è il tempo.
Ma poi ad un tratto,
ecco, altro non  non sentiamo che lui.
E’ intorno a noi, è anche dentro noi.
Sui volti cola, cola nello specchio,
e scorre nelle mie tempie.
Ed è tra te e me, e scorre ancora,.
Silènte come una clessidra
(con calore)
Oh, Quinquin!
Talvolta io l’odo che scorre senza sosta.
(piano)
talvolta mi alzo nel mezzo della notte
e arresto tutti gli orologi, tutti.

22 ottobre 2011

A volte ritornano


A volte ritornano.
Li si rivede in città. Nella vita sociale. Un po’ timidi e inquieti. Il tempo ha loro segnato un po’ il viso.
Non che sia qualcosa di evidente o eclatante. Solo chi non li ha incontrati da tanto tempo lo noterà. Forse lo sguardo meno vivace di un tempo; certamente qualche capello in meno, le rughe più accentuate, una taglia in più.

Più dignitose le donne. Si curano con un’attenzione che tradisce la coscienza di un orgoglioso declino. Decise per forza genetica a non cedere alle lusinghe della plastica chirurgica che tanto devasta i labbroni delle loro coetanee inquiete.

Vestono vestiti più grigi i loro compagni uomini. Soprattutto se per pudore (o timore) non hanno mai vestito i panni casual del ggiovane.
Da un po’ hanno smesso lo spolvero e non si guardano con grande gioia nello specchio.
Le giovani donne per strada non li notano con la stessa curiosità di pochi anni prima e qualche volta si alzano per lasciar loro il posto in metropolitana, dando rigorosamente del lei.

Sono i genitori dei figli della tarda adolescenza.
Si potrebbe dire i genitori dei figli finalmente adolescenti. O dei figli purtroppo adolescenti.
Il genitore stesso non sa bene, non sa se rallegrarsene o se preoccuparsi.

Da una parte la prospettiva vertiginosa del tempo libero. Le mille nuove opportunità che ti offre la grande città in cui il destino lo ha condotto a vivere, i mille interessi che sa bene essersi solo sopiti e addormentati in questi anni, e che basterà poco a risvegliare.

Dall’altra un baratro di vertigine. Il figlio giovane che dava un’illusione di eterna giovinezza. Sarà tempo libero o tempo vuoto? Fare i conti con se stessi e con la sfida di un nuovo mondo che ti vede riapparire, dopo quasi vent’anni di pausa, come un Robinson Crusoe tornato alla vita “civile”.
Sarò capace?

Leggi nei loro occhi un’incertezza che non avresti notato solo qualche anno fa.
E non è solo l’avvilente situazione sociale di questi anni, il lentissimo ed esaperante declino del ributtante berlusconismo andato di pari passo con il declino intellettuale di parte del paese e con il declino economico della borghesia.
Non è neppure la certezza che il consumismo - cui pure ha contribuito con i suoi soldi - ha appannato il suo spirito critico e che qualcosa di profondo sia stato barattato tanto tempo fa con l’abbonamento Sky, la banda larga e l’auto aziendale.

E’ piuttosto la sensazione inquieta che si stia aprendo una nuova fase della vita.

Ma si badi che non è un UFO il nostro genitore di figlio adolescente.
Frequenta i suoi simili e parla spesso dei figli con i genitori degli altri figli. Con loro scambia occhiate trasversali, convinto che il vicino stia invecchiando peggio di quanto invecchi lui. Anche se alle riunioni di classe si guarda intorno sospettando a ragione che i molti decrepiti stanchi presenti siano molto simili a lui.

Non sa in verità quanto il figlio gli racconti di sé. Narra la cronaca che anche quelli che dicono di saperlo, in realtà si illudono, perché non lo sanno affatto; ed è anche cosciente che i genitori degli altri figli sanno probabilmente di suo figlio cose che lui stesso non conosce.

Loro, i figli, uno gentilmente, l’altro con le sue maniere, gli hanno fatto capire che la vita ora è solo loro. Lui l’aveva già capito da un pezzo. Quando non rispondevano al cellulare o quando ha scoperto che non era più loro amico su Facebook, cancellato in una notte.

Ritornano alla memoria gli innumerevoli week-end passati con i figli piccoli. Ricordi della loro risata critallina e felice ad ogni scoperta delle cose del mondo. Un uccello in volo, lo sguardo stupito, risate squillanti, il rotolarsi sul tappeto a fare la lotta. Energia ineusaribile. I ricordi più preziosi.
L’idea consolante di aver trasmesso la curiosità per il mondo e di averne temperato le durezze. Perché i figli con un’infanzia felice saranno uomini più probabilmente felici.

Questo e molto altro passa nella mente di un genitore che vede i propri figli crescere ragazzi quasi adulti.

Eppure a volte bastano due piatti come quelli della foto - posati su una tavola apparecchiata e ordinata con qualche frutto della terra in un giardino settembrino - per intuire che le prospettive che si aprono sono davvero “prospettive”: balconi con panorami e colori affacciati su mondo di opportunità, e non da soli.

10 febbraio 2011

La protesta del libro scintillante

In questi giorni prendo per buona una frase che risuona intorno a me, dicono1 pronunciata da Don Milani (anche se a dire il vero non ho trovato da alcuna parte conferma che sia stata veramente da lui pronunciata): “A cosa sarà servito avere le mani pulite, se le avremo tenute in tasca”.

Per quanto mi è possibile, sto cercando di partecipare civilmente e fattivamente a ciò che intorno si muove, perché quello che vedo accadere alle istituzioni mi piace sempre meno. Non che prima mi piacesse (anzi), ma in questi giorni ogni volta che leggo il giornale strabuzzo gli occhi (e non davvero per moralismo).
Di fronte a tutto ciò, semplicemente, come diceva la mia vecchia professoressa di filosofia del liceo, mi prendo il diritto di indignarmi. E di conseguenza preferisco indignarmi facendo qualcosa.

Ma al di là di ciò che faccio personalmente, preferisco parlare di Flash Book.


I ragazzi, universitari e liceali, si siedono per terra, in un luogo affollato durante il Sabato pomeriggio dello shopping. Piazza Duomo davanti alla Rinascente, Piazza Cordusio.
In silenzio, ognuno di loro legge un libro. Una lettura solitaria, fatta in mezzo a tanti altri, in mezzo ad altre letture solitarie.
Ognuno di loro protesta silenziosamente, leggendo. Non protesta per un unico motivo condiviso, ma per il proprio motivo.
Per affermare l'importanza della lettura, per controbattere al dilagare dell'ignoranza di chi non è capace di sostenere lo sviluppo dell'educazione.

E non è corretto dare a tutti costi un'intepretazione a questa “protesta”, perché
al centro sta il silenzio e il potere della lettura, offerto in maniera discreta ad una società che di solito urla.

Il passante passa, ironizza, chiede, si stupisce, alza le spalle, capisce, non capisce, brontola, sorride.


Una protesta apartitica e creativa che esprime un bel contrasto con l'impazzare violento che caratterizza la nostra vita pubblica. Violenza così riflessa nella vita quotidiana della Milano di questi giorni.

Vado a curiosare. Perché lì c'è mio figlio.
Colpito ancora dalla sua volontà di partecipare, di socializzare in maniera creativa e costruttiva. Orgoglioso di sentirlo così diverso da me nel suo essere estroverso e partecipativo.

1) Roberto Saviano, Intervento alla manifestazione di Libertà e Giustizia, Palasharp, Milano, 5 Febbraio 2011.

06 luglio 2010

Paura di tutti

In alta rotazione nella mia playlist mensile, una di quelle canzoni che non capisci bene quanto dipingano una visione del mondo che rifiuti e quanto invece descrivano la realtà che non sai o puoi sfuggire.

Afraid of everyone, The National (da High Violet, 2010)

Venom radio and venom television
I'm afraid of everyone, I'm afraid of everyone
They're the young blue bodies
With the old red bodies
I'm afraid of everyone, I'm afraid of everyone
With my kid on my shoulders I try

Not to hurt anybody I like
But I don't have the drugs to sort
I don't have the drugs to sort it out
Sort it out

I'll defend my family with my orange umbrella
I'm afraid of everyone, I'm afraid of everyone
With my shining blue star
Spangling tennis shoes on
I'm afraid of everyone, I'm afraid of everyone

With my kid on my shoulders I try
Not to hurt anybody I like

But I don't have the drugs to sort
I don't have the drugs to sort it out
Sort it out
I don't have the drugs to sort it out
Sort it out

Your voice is swallowing my soul, soul, soul.

06 aprile 2010

Speakers' Corner

A Londra, sono andato a curiosare allo Speakers' Corner.

Per chi non lo sapesse è quell'angolo di Hyde Park dove la domenica mattina chiunque può salire su un panchetto e arringare la folla, libero di dire quello che vuole fino a quando qualcuno lo sta ad ascoltare (e fino a quando la polizia considera quanto viene detto rispettoso della legge).

C'ero stato circa trent'anni fa ed ero convinto che oggi, negli anni dei media invasivi e della rete, fosse ormai un luogo caduto in disuso, obsoleto sito di comunicazione verbale verso pochi, laddove se oggi non proclami in sei righe qualcosa ai tuoi 400 amici di Facebook sei meno di uno zero.

Viceversa l'angolo era vivo e affollato più che mai, nonostante il freddo pungente.

Per lo più santoni, fanatici religiosi, imbonitori, visionari un po' fuori di testa, nazionalisti che al confronto il leghista Castelli è un pericoloso comunista, sicuramente anche abitudinari nella loro smania di convertire.

Tuttavia, ai miei figli (che si sono divertiti come pazzi) ho spiegato che quella dello Speakers' Corner è un po' la metafora della Gran Bretagna, del suo spirito dialettico e tollerante al tempo stesso, dove chi argomenta deve farlo in maniera convincente e deve saper mantenere il punto anche di fronte ad una platea scettica e difficile, pronta a porre obiezioni anche dure e imbarazzanti, e dove chi ascolta deve argomentare a sua volta in maniera civile, senza mai deviare nel linguaggio violento, né (inconcepibile) nel manesco.

Come dice la voce di Wikipedia citando un uomo politico inglese, un luogo dove "la libertà di parola viene estesa anche a ciò che è irritante, causa di contenzioso, eccentrico, eretico, scomodo e provocatorio almeno fino a quando non degenera nella violenza".

Anche abbastanza impressionante è stato vedere un gruppo di musulmani che attaccava verbalmente in maniera molto caustica (e con odio palpabile), l'invasato predicatore ebraico qui sotto.

Alla fine si è avvicinato un uomino alto un metro e sessanta con naso da clown e parrucca giallo canarino che ha cominciato ad arringare la folla usando una mimica straordinaria e un linguaggio verbale totalmente inventato, scimmiottando l'inutilità del cicaleccio dei politici di oggi (a metà strada tra un Berlusconi afasico e uno Scarpantibus di Giorgio Bracardi).
La folla si è sbellicata.

Quando è sceso dallo sgabellino ha cominciato a parlare con il suo compare accompagnatore, sfoderando - tra un "porco qui" e un "porco là" - un inconfondible accento ciociaro.
Di colpo mi sono ritrovato catapultato nel più paradossale luogo comune di un Totò e Peppino all'estero che conquistano il popolo inglese... e il bello e il brutto è che era tutto vero.

Tutte le foto © Arimondi

28 gennaio 2010

Tagli che separano

Il mio amico M. ha avuto un figlio. La cosa mi rende naturalmente felice perché gli voglio bene.
Mi ha raccontato che, oltre che assistere al parto di sua moglie in acqua, gli hanno dato il compito di tagliare il cordone ombelicale.

Non mi ero mai fermato molto a riflettere su questo atto, in genere affidato a medici o levatrici, né sapevo che fosse permesso ai padri farlo.
Mi sembra un gesto dal grande valore simbolico, per il nuovo nato e per sé. Il padre rende cosciente se stesso e inconsciamente il bambino che suo compito sarà anche accompagnarlo verso l'indipendenza e l'affrancamento, tagliando fin dall'inizio il legame profondo - in questo caso, fisico - che il piccolo ha con i genitori.
Quasi una iniezione di realismo.

Un giorno mio padre mi disse chiaramente che non intedeva più contribuire al mio mantenimento. Ero un ragazzo adulto, avevo finito l'università. Era ovviamente giusto così.
Ho scoperto dopo un po' di tempo quanto fu utile la sua decisione per la mia crescita personale. Ma io ci rimasi comunque male.

Forse, mi chiedo ora sorridendo, mi avrebbe ferito di meno se il mio cordone ombelicale fosse stato tagliato tanti anni prima non da uno sconosciuto in camice bianco ma da lui stesso? E' un dubbio che mi sfiora lieve in questi giorni.

03 marzo 2009

I cultori dionisiaci della musica ritmica


Ieri sera ripetevo con mio figlio dal libro di storia. La nascita di Atene: Draconte, Solone, Ipparco, Clìstene.
Quanti ricordi e soprattutto quanti personaggi ed eventi che non ricordavo affatto...

Poi l'occhio mi cade su un riquadro giallo, di quelli che servono per approfondire un concetto o per definire un termine particolare, in questo caso quello dei misteri dionisiaci:

"Si credeva che l'eccitamento derivante dal vino o da una qualsiasi forma di esaltazione collettiva preparasse i fedeli ad accogliere l'ispirazione divina. Ancora oggi, del resto, alcuni cultori di musica ritmica cercano nella droga e nel contatto tendenzialmente orgiastico col pubblico la liberazione della fantasia e l'agile felicità dell'improvvisazione (anche se poi, in realtà, ottengono solo il risultato di rimbecillire)."
A. Camera - R. Fiabetti, Corso di Storia Antica e Medievale, II edizione, Zanichelli, 1992, 1997, pag. 133.

Mi pare splendido essere definito un "cultore di musica ritmica" e invidio tutti coloro che amano la musica non ritmica perché chissà quale inesistente ed extramondana musica ascoltano.
Mi dispiace anche essermi perso tutte (dico tutte) le orgie a cui avrei potuto partecipare e che invece mi sono sfuggite.
All'"agile felicità dell'improvvisazione" (termine a mio avviso involontariamente sublime) ho invece sempre aspirato e la musica mi ci ha quasi sempre condotto, per fortuna.
Per il rimbecillito, a quarantasei anni posso dire che hanno perfettamente ragione.

Certo è che con tutto l'affetto che posso avere per il Camera-Fabietti (che secondo i revisionisti di destra è un libro "di parte", che ha "plagiato generazioni di italiani" e al quale sono quindi riconoscente), questo incredibile paragrafetto potevano risparmiarselo.

Però rido e penso a quella meravigliosa battuta di Andrea Pazienza, raffigurante una mamma dagli occhi strabuzzati e urlante:
"Oh cielo! Mio figlio si fa le mele!!!!"

18 gennaio 2009

Mode e adolescenti

Parlando a tavola a proposito della velocità e varietà con cui si avvicendano le mode:

Il piccolo, ridendo: "Eh, pensate quando sarà di moda essere degli sfigati!"
Il grande, rapido: "Allora finalmente sarai alla moda tu."

11 novembre 2008

Paternità politically incorrect

Dialogo sms tra due padri acculturati, di sinistra, un po' stanchi e affranti:

" Tempi postmoderni. Con mio figlio la comunicazione migliore è via sms. A parole invece subito litigi e urla".

"Con il mio grande solo vaffa: a voce, telefono, sms. Sob".


"No way? Beat on the brat!"

"Si! With the baseball bat!! E aff... Galimberti e i Baustelle!"


(se non non fosse chiaro a tutti, è un dialogo ironico).

10 novembre 2008

Gli odori dell'esistenza

Da sempre mio figlio piccolo ha una sensibilità particolare per gli odori.
Quando era infante notammo questa caratteristica perché inseguiva letteralmente il profumo di sua mamma, ci faceva notare profumi e odori che non avevamo notato o che non percepivamo, oppure si accucciava tranquillo vicino ad oggetti casalinghi, appoggiandovi il naso sopra con lo sguardo perso e beato.
Questo sua dote era rimasta un po' dormiente in questi ultimi anni.
Anche una visita a Grasse ad un profumificio non sembrava averlo particolarmente impressionato.

Stasera, durante una delle nostre "buonanotte" che ultimamente si sono rianimante dei racconti dell'infanzia e dell'adolescenza paterna, mi ha raccontato che una delle cose che più gli piace fare è "annusare l'odore delle persone per strada" quando gli passano accanto.
Non è tanto importante che il profumo sia buono, quanto che il profumo ci sia.
Può essere soave come quello di una bella ragazza che sa di violetta oppure forte e intenso come l'odore di un muratore appena sceso dall'impalcatura. L'importante è che ci sia, a volte disgustoso e acre, altre volte gradevole, ma soprattutto presente. Il piacere consiste nel riempire le narici di odori e profumi, sentire che le persone trasmettono una "umanità".

E' invece molto deluso da quelle persone che passano e, come dice lui, "non hanno aria". Sì, perché le persone di solito quando passano, muovono l'aria e così facendo espandono il loro profumo nelle vicinanze affermando, immagino io, la loro "essenza", il loro "calore umano".
Invece, alcuni esseri umani misteriosi (e d'ora in poi per me un po' inquietanti) "non muovono l'aria".

Che il muovere l'aria sia il segnale di qualche qualità morale nascosta? Del tipo, diffidate da coloro che non muovono l'aria al loro passaggio?
Siete avvertiti. Fidatevi dell'innocenza dei bambini. Annusate e state accorti.

24 ottobre 2008

Quadrivium

Provare a conciliare in un unico tutto armonico le direzioni contrastanti della propria esistenza.

Come se lavoro, famiglia, passione e creatività volessero per una volta amalgamarsi tra loro per fondare un unico uomo armonico; e non tentare di fuggire ancora per la tangente, come solo un lupo un pò saggio e selvatico ha dovuto imparare a fare.

Perché il tempo non sia più diviso per quattro, ma moltiplicato. Per concentrare l'energia su ciò che conta davvero, dopo averlo scoperto.

15 ottobre 2008

School's in!



Iota sottoscritti, properispòmene, enclictiche e proclitiche, insieme al fatto che da quando sono iniziati liceo e medie casa mia sembra ogni sera un gig degli Slipknot, sono scuse sufficienti a tenermi mio malgrado lontano - fisicamente e mentalmente - da questa tastiera.

Verranno tempi più leggeri.

25 giugno 2008

Doveva succedere

Doveva succedere prima o poi.

Il piccolo mi ha chiesto il nuovo CD dei Children of Bodom.
Lo confesso: non sapevo neppure chi fossero.

Il Metallo o dell'"a volte ritornano" (grazie anche al dilagare di Guitar Hero)

(Saranno pure ridicoli, però che tecnica...)

08 giugno 2008

Palestre


Questo strano luogo viene chiamato Il Cremlino dalla gente del quartiere e si trova a Milano.
C’è una palestra particolare in questo edificio. Gestita da un vigoroso e vitale britannico, non ha nulla a che fare con le patinate e luccicose palestre milanesi tipo GetFit, Virgin ecc.
Niente schermi giganti con AllMusic a palla, niente attrezzi con monitor incorporato propinantivi Sky News o le ultime quotazioni borsistiche, neppure aree con doccie termali, né spogliatoio con ampi specchi obliqui, non atmosfere ionizzate per farti respirare aria pulita (?), né corsi di Pilates (che a me ricorda sempre qualcosa simile alla crocifissione).

Mio figlio piccolo va alla palestra del Cremino. Che è invece una palestra in effetti molto "british" dove appena entri – sarà anche per l’aroma di sudore che ti fa subito capire che qui l’aria ionizzata non c’è, sostituita da una sana tensione agonistica - percepisci un’atmosfera alla Fuga per la vittoria e capisci subito che chi ci lavora qui lo fa per passione.
Mio figlio piccolo ci gioca a squash ed è diventato la mascotte non solo perché dicono sia bravo ma perché pare assomigli (in piccolo) a Peter Nicol, campione mondiale di squash che capita qui ogni anno (qui sotto mentre gioca proprio con lui).


In questo posto si sorride molto. E c’è un sacco di gente che viene e va a tutte le ore.
Cercarli più spesso questi posti dove si sorride molto.
Un po’ come quei luoghi dove si praticava il birdwatching, l’antica passione passeggera di mio figlio grande.

18 maggio 2008

Indemoniato

Il piccolo, a proposito delle intemperanze adolescenziali del "principe" quattrodicenne suo fratello: "Papà, sembra uscito fuori dall'Esorcista. Manca solo che ci vomiti verde addosso...".

Io rido e scrivo per esorcizzare (ma guarda un po'), ma non so quanto ci sia da ridere.

13 maggio 2008

Boys will be boys

Ispirato dall'insegnamento illuminato della professoressa di lettere, mio figlio quattordicenne elabora la propria coscienza critica.

Giovedì scorso mi ha racconta della sua lunga e animata discussione pomeridiana con un gruppo di fascistelli del quartiere, occupati a reiterare banalità su “quando c’era lui”, sugli extracomunitari che “rubano il lavoro aglitaliani” e del suo tentativo di contrastarli dialetticamente e tenere alta la bandiera del Giorno della Memoria.

L’avrei abbracciato. Gli ho detto che ovviamente faceva bene a difendere le proprie idee.

Colpito da questa vicenda, decido di fargli vedere la sera stessa, per la prima volta, Anno Zero.
Nella puntata si mostra non solo l’ottusità di un certo pensiero di destra, ma anche la tristissima intervista ad un gruppo di quattrodicenni che sia fanno da sera mattina di canne, cocaina e acidi e dell’incredibile vuoto mentale delle migliaia di aspiranti partecipanti al Grande Fratello: sfigati palestrati marchiati DG sulla fronte, maniaci dotati di personal coach, tristi figuri dalle lenti a contatto colorate, cantanti sfigati e stonati tipo La Corrida, megere frustrate.

Tutto compreso da tale scenario umano, il ragazzo va dormire.

Evidentemente ispirato da questi pensieri, sabato mattina mi chiede di uscire per comprarsi una ricarica di cellulare. Dopo venti minuti torna.

CON LE LENTI A CONTATTO VIOLA.

Santoddddddio.

“Volevo fare qualcosa di originale”, mi ha detto...
Ancora un po' e chiamavo gli amichetti del quartiere.

La morale? Abbandonate ogni moralismo, o voi che entrate.

10 aprile 2008

Fratellanza


Mio figlio piccolo: "però sono fortunato ad avere un fratello maggiore.
Posso imparare da tutti i suoi errori".

24 marzo 2008

Camcaminin



Sera di Pasqua. Troppo tardi per il noleggio di un dvd. Campionati Europei di nuoto finiti. Zapping su tv generalista. Dieci minuti di Candid Camera, poi ti assale il disgusto che ormai ti prende di fronte alla trivialità di tutta questa paccottiglia, al di là di qualunque snobismo, lo giuro.

Provo RAI Tre. Mary Poppins.
Abbiamo già dato, ci guardiamo distrattamente con i figli.
Poi ci fermiamo un attimo. Stanno per saltare nella pozzanghera che li trasporterà nella campagna inglese, in groppa a cavalli da giostra. Colori, musica, sorrisi, danze, risate.

Da lì non ci siamo più fermati. Che grazia, che creatività, che Bellezza.
Venticinque anni prima di Roger e Jessica Rabbit (ma non era questo il primo film con attori veri e cartoni animati?). Sarà forse perché ci siamo tutti un po' innamorati del sorriso e della serena ineffabilità di Julie Andrews o immedesimati nell'irresistibile bimbo cicciotto (Matthew Garber) dalla faccia da vecchietto (ma come è vestito!) o perché Dick Van Dyke è proprio lo zio che tutti avremmo voluto avere (non solo in Mary Poppins, ma anche in Chitty Chitty Bang Bang).
Insomma sono rimasto incollato. E non solo io e il piccolo di dieci anni, ma, incredibile a dirsi, anche il Giovane Adolescente, il quale (ma questa è storia da narrare a parte), lontano dalla corte milanese di compagni un po' gonzi e compagne basso ombelicate, sembra cercare ovunque spazi per rituffarsi nell'infanzia serena che tanto ripudia nei giorni urbani.

Quando la Walt Disney, anzi Walt Disney era simpatico e non faceva film autoreferenziali.

Da consigliare a tutti. Da rivedere da adulti, magari in compagnia di qualche piccolo.
Chi non ha figli ne faccia in fretta per vederlo con loro.