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19 aprile 2010

Design fiammingo a Lambrate

Il FuoriSalone consiste in una serie di eventi, mostre, manifestazioni e spettacoli che vengono organizzati a Milano a latere del più ufficiale e paludato Salone del Mobile.

Non sono stato in centro - il cosiddetto Brera Design District (oh yeah!), dove storicamente hanno luogo gli eventi più ricercati dal popolo trendy e gli happening a maggior tasso alcolico da cocktail - ma nel più periferico quartiere di Lambrate, dove una incrocio di poche vie composte in gran parte da ex-capannoni industriali riconvertiti in loft e spazi espositivi è diventato il centro di raccolta delle esposizioni dei designer olandesi.


Ecco come mi piacerebbe vedere Milano più spesso. Una città alla pari delle grandi città europee, dove le idee richiamano le persone curiose e dove ci si può riconoscere nel tentativo di conciliare modernità, creatività a vivibilità.

Questa mattina il sole primaverile rendeva meno malinconica l'idea che oggi, lunedì, Milano torna ad essere grigia, sgarbata e un po' spenta come sempre.

27 febbraio 2010

Blanco y negro a Madrid

La crisi economica che colpisce la Spagna in questi mesi è palpabile, ma non sembra scalfire il desiderio dei madrileni di socializzare fuori di casa e di scambiare parole e idee.
Quattro giorni a Madrid bastano per immaginare un possibile diverso modo di vivere, dove la voglia di comunicare e dialogare sembrano più diffuse di quanto avvenga da noi.

Illusione di chi annusa un frammento di vita urbana filtrato dalle guide turistiche?
Può darsi.
Facile passare per superficiali avendo poco tempo a disposizione (ma che c'è di male nell'approfitare della superficialità offerta oggi dai voli low cost, che mi permettono di visitare una capitale europea con pochi euro?).
Sta poi al singolo viaggiatore relativizzare, ricordando che una cosa è la routine quotidiana del proprio paese, capace spesso di tramortire l'entusiasmo e la poesia del vivere, altra cosa è gustare l'istantanea di una capitale pulsante di vita e di luoghi, dove le persone amano radunarsi per parlar fino a tarda notte.
Di certo Madrid è una città che si anima anche dopo le sette di sera e non si assopisce e rinchiude in se stessa come sembra invece voler fare la Milano di oggi.

A Madrid - a parte una serie di luoghi da vedere che non ho resistito ad elencare alla fine di questo post - ho scoperto due highlights che non conoscevo e che da soli valgono, secondo me, il viaggio.
Sono opere di artisti, guarda caso, opposti tra loro.
Luce e tenebra, vita e morte, successo sociale e solitudine profonda.
Joaquin Sorolla e Francisco de Goya.

Joaquin Sorolla o della luce.

Pittore molto celebre in Spagna, da noi non molto conosciuto, rappresenta a pieno titolo un'arte figurativa espressa ai massimi livelli. Vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento potrebbe facilmente essere considerato un pittore conservatore, soprattuto se si pensa a cosa accadeva nella arti figurative in quegli anni in cui nuovi movimenti culturali e -ismi di ogni tipo stavano per rivoluzionare la sensibilità artistica contemporanea.
Eppure Sorolla, pur viaggiando spesso in città europee ed entrando in contatto con artisti delle avanguardie di quegli anni, continuò sempre a dipingere le sue spiagge, i figli, la moglie dall'aria dolce e rassicurante. Pur non mancando a tratti di cogliere aspetti sociali (i lavoratori delle campagne e dei villaggi spagnoli, gli orfani delle colonie al mare), complice il consenso della borghesia spagnola, Sorolla raggiunge la fama in Spagna unendo una talento e una tecnica pittorica eccezionale ad una volontà molto semplice: quella di rappresentare la bellezza intorno a sé.
C'è qualche cosa di incredibilmente alto nella sua capacità di cogliere la luce accecante del mare spagnolo, le ombre nette del mezzogiorno, le pieghe dei vestiti luminosi di donne di inizio secolo. La stessa luce che si coglie nel gardino che ospita il museo a lui dedicato e che fu la sua abitazione. Un giardino fatato, tra statue, zampilli di fontane, siepi di bosso e fiori, che, seppur oggi soffocato tra alcuni palazzi di un quartiere di Madrid, rimane un piccolo luogo miracoloso.


Francisco de Goya o dell'abisso.

Avete in mente i video di Chris Cunningham con la musica di Aphex Twin?

Per me rappresentano le paure e i terrori più ancestrali. Nulla di troppo volento, ma un po' come immergere un mestolo dentro al torbido dei nostri incubi e tirarne fuori il peggio: esseri deformi, giovani ghignanti, paesaggi post-atomici, angeliche figure femminili generate da una costola del "diavolo" in persona.



C'entra questo con Madrid?
Certo non mi aspettavo quello che ho visto nella sala più a Sud del Museo del Prado.

In questa sala si trovano i dipinti della cosidetta pinturas negras di Francisco de Goya.

L'uomo che aveva dipinto l'ammiccante Maja Desnuda o che aveva denunciato con il coraggio e l'efficacia della sua pittura la violenza dello stato totalitario che pure serviva, dipinse questi quadri alla fine della sua vita presso la casa denominata la Quinta del Sordo, quando, lui stesso sordo, solo e abbandonato da tutti, pensò che lì avrebbe vissuto i suoi ultimi giorni.

Sono dipinti che rappresentano il terrore per la vicinanza della pazzia e della morte, uniti però anche alla pietà verso la condizione di esseri viventi di cui si cerca di descrivere il destino apparentemente insensato.


Solo Francis Bacon e gli Espressionisti si avvicinano a tanto nel Ventesimo Secolo figurativo.
Non c'è molto da dire su questi dipinti.
Guardandole prende un senso di vertigine, disagio, sgomento: uomini dal viso distorto da un ghigno simili a visioni post-acido (proprio come nei video di Cunningham/Aphex Twin), divinità nefaste che sbanano i loro figli, uomini che lotteranno tra loro fino alla morte e senza apparente motivo, cani che affogano nel fango sperduti come un puntino su una tela, capre diaboliche che siedono a convitto tra esseri tremanti.
Un compendio dei terrori dell'uomo, che così spesso verranno utilizzate da altri nel corso di tutto il Novecento, fino ad oggi, "secolarizzati" nelle forme espressive del cinema, della letteratura, del videogioco.

Per quanto mi riguarda, ho avuto bisogno della luce di Sorolla per risollevarmi dall'emozione degli abissi di Goya.

Ma cos'altro c'è da non perdere a Madrid?

- Passeggiare per il centro a naso all'aria e con la mappa scoprendo i vari Barrios (a qualsiasi ora del giorno e della notte).
- Andar per tapas (ogni giorno tra le le 19 e le 22, ma anche prima. C'è sempre un valido momento per mangiare a Madrid).
- Il Museo del Prado (una giornata intera, se basta). Immensa la pittura nera di Goya e l'arte sacra di José de Ribera.
- Il Museo di arte contemporanea Reina Sofia (una giornata), passando dal centro culturale CaixaForum (un piccolo Beaubourg) e della stazione ferroviaria di Atocha (un giardino botanico circondato da passeggeri in transito).
- Il nuovo modenissimo quartiere a nord di Madrid (2 ore, da raggiungere in metro, la mia foto ad inizio post) con i suoi grattacieli mozzafiato
- Il mercato di San Miguel, mercato coperto dove non si vende ma si degusta qualsiasi tipo di delizia, dallo stocafisso alla trippa, dal churros al miglior vino di Spagna. Il tutto in piedi, tra gli amici.

25 agosto 2008

Le vie di una città

Non potrebbe essere un’idea per una città migliore nominare le vie con ciò che lì viene prodotto e mercanteggiato, come nelle antiche vie genovesi di cui al post precedente?

Ciò ci risparmierebbe in futuro tra l’altro Vico Fiorello, Via Gianni Versace, Piazza Giuseppe Grillo detto “Beppe”, Viale Giulio Andreotti, Largo del Cavaliere poi Presidente eccetera.

Come chiamarle allora? Viale della Mission, Vicolo del Budget Plan, Piazza del Subprime, Via della Filiera (No la filiera no!), Viale del Cacciatore di Teste?

Meglio di no, grazie.
Suona pure come un’idea da diessini.

E comunque diciamocelo, in nome delle Fragole, dello Zucchero e del “Cioccolatte” di nefandezze nel mondo ne sono state commesse almeno altrettante.

Il Carmine

Lo ammetto. Genovese di nascita, non conoscevo il Carmine.

E’ un quartiere antico e centrale, che fa da frontiera tra i vicoli a mare e i quartieri residenziali della zona a monte a ovest di Castelletto. Il suo nome è sempre stato legato alla omonima chiesa, ingiustamente celebre per lo spaccio che di fronte si consuma(va).

Il Carmine (qui il mio breve tour fotografico) è in realtà un piccolo incantato paese a sé, dove l’atmosfera è quella del borgo antico, dove il muro scrostato convive con i panni colorati e con i ciottoli della creusa e dove i portoni delle abitazioni sembrano portoni di antichi monasteri.

Chi non vorrebbe vivere in Vico della Fragola o in Vico dello Zucchero, uscire di casa e svoltare in Vico del Cioccolatte? Nomi antichi di vie in cui evidentemente era possibile mercanteggiare questa marce allora preziosa ed esotica, non a caso molte intersencantesi con Via del Valore.

Piazza S. Bartolomeo dell’Olivella, con due olivi luccicanti a far da guardiani al portone della vecchia chiesa dimenticata, dove staziona la cuccia vuota di un improbabile “cane di quartiere” e dove, con occhio un po’ indiscreto, si può osservare dentro alla vita delle persone, immaginare (o sognare) il loro ordine lindo.

Ma il culmine del quartiere è Piazzetta della Giuggiola. Una minuscola piazza pedonale e senza uscita abbarbicata in cima ad una piccola collina, che piazza non è, ma cortile, corte.

Appena arrivato, una assolata domenica d’estate prima di pranzo, si acoltava il suono delle radio uscire dalle finestre e una ragazza acompagnava intonata Eppure soffia di Pierangelo Bertoli. Nelle altre vie si ascoltava Gigggi, Shakira, Mina, addirittura i Pearl Jam.
Bertoli era uno strano cantautore rock di sinistra, oggi inattuale e non ancora riscoperto dai revival ciclici. E bene echeggiava in questa piazza solitaria e fuori dal tempo. Ricordava una Genova viva e combattiva.

Mi sono seduto e ho ascoltato la canzone fino alla fine, sperando senza speranza di intravedere la giovane, che ho immaginato e tuttora immagino molto bella.

P.S. Per chi come me non si ricorda come è fatta una giuggiola, eccone un disegno.

16 marzo 2008

Occhio urbano


Vivo a Milano da più di dieci anni. In precedenza ho abitato in varie città italiane. Ho sempre amato andare a scoprire le bellezze dei luoghi, quasi sempre monumenti, luoghi e oggetti artistici del passato, non per scelta, ma perché le città italiane offrono meraviglie di ogni tipo in questo senso.

Da qualche tempo, qui a Milano, sono più attratto dai paesaggi urbani periferici e dall'archeologia industriale.

A causa mia o di Milano?

Si parla talvolta di Bellezza, qui o in altri luoghi amici. Ci può essere bellezza in ammasso di rottami luccicanti o in un traliccio ferroviario che si staglia contro il cielo blu?

Urban

02 dicembre 2007

Simmetrie

Genova, Via Palestro

03 maggio 2007

L'essenziale senza tempo

Sono rimasto sbalordito di fronte ad un'opera architettonica che ho potuto visitare durante un giro nel nord-est, qualche giorno fa.


Ciò che sorprende di questo edificio non è solo la bellezza intrinseca, quanto la sua modernità. Modernità che si mostra nella facciata (che potete ammirare qui sul sito ufficiale), ma secondo me soprattutto nel retro della costruzione (vedi le mie due foto seguenti) , la cosiddetta "facciata Sud".

Si tratta di Villa Foscari detta "La Malcontenta" sul Naviglio del Brenta, Mira (VE), finita di costruire dal Palladio nel 1558.
Dicasi 1558.


E' vero che le recenti tendenze architettoniche, a partire dai movimenti del primo Novecento per arrivare al Post-moderno ci hanno abituato da una parte all'utilizzo di forme asciutte e lineari, dall'altra al recupero di stilemi classici o neoclassici; ma questa appare veramente un'opera senza tempo, di una bellezza essenziale, che ispira stabilità e rigore, vivacità e gioia al contempo.
Un edificio che, costruito così, oggi, tale e quale, ancora susciterebbe ammirazione.

La rivista House & Garden l'ha definita "forse la più bella casa del mondo".
E' patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.
Il suo grande giardino è fatto apposta per essere ammirato da chi si affaccia ad una delle grandi e luminose finestre poste sul retro.

Per i curiosi, la Malcontenta si dice sia stata la bellissima giovane sposa di uno dei nobili Foscari, la quale, a causa della sua infedeltà, fu confinata in questa magnifica proprietà, che tuttavia era allora in una zona paludosa e malsana (detta guarda caso anche'essa "Malcontenta").
Lontana dai fasti della Venezia del tempo, la giovane bellissima si immaliconì a tal punto da dare il nome alla casa che abitava.