Approfittare dell'occasione di non scrivere solo per sé, per confrontare il proprio pensiero con ciò che accade intorno. Insomma, per vedere - non più di nascosto - "l'effetto che fa".
03 marzo 2012
Piazze, giganti e motori
Un bambino di nove anni davanti ad un grande schermo in bianco e nero guarda e ascolta una canzone cantata da un omino piccolo e buffo. La mamma rassicurante commenta con il papà di quanto sia peloso, forse anche un po’ poco pulito. Ma la favola di un grosso signore che beve vino e viene chiamato Gesù Bambino la fa preferire a tutte le altre canzoni di quel Festival, immagine di un cristo poco conciliabile con le storielle del catechismo da Apostolato Liturgico che il bambino ascolta in quegli anni.
Oppure quella del gigante e della bambina, altra favola di un orco forse buono che lascia un sapore misterioso e obliquo nell’immaginario del ragazzino, facendo intravedere pregiudizio e ingiustizia.
Oppure Fumetto, sigla finale di Gli Eroi di Cartone, che ancora oggi - anche se solo per un istante - mi fa rivivere la gioia che provavo nel vedere quel programma televisivo, atteso tutta la settimana.
Dieci anni dopo, per le strade di Genova si respira aria grigia, terrea. I pantaloni a zampa di elefante e i Jeans Jesus raccontano della voglie frustrate e goffe di essere liberi.
Quale allegria, in effetti? La musica andina degli Inti-Illimani si ripeteva angosciosa da tre anni ormai e le uniche cose reali potevano essere quelle di uno stomp più disperato che erotico. Perché Genova è diversa dalla grassa Bologna e i bambini nei vicoli ti hanno sempre fatto credere che possono anche perdersi.
Nella stanzetta dell’adolescente risuonano Radio Genova Sound prima, Radio Spazio Libero poi e grazie ad esse le storie di Carmen Colon, forse la bambina del gigante di prima questa volta trascinata sull’asfalto urbano e violento degli Anni Settanta, senza giganti a proteggerla.
Note di speranza per un anno che verrà e che si spera migliore di quegli anni di piombo cui il ragazzo sfugge solo grazie a qualche anno di punk di differenza e per mileau familiare.
Note di un mare profondo di cui però non aveva mai ascoltato e forse capito abbastanza bene il testo, così trasportato da ritmica e melodia.
Nella solitudine dei pomeriggi post maturità dei primi Anni Ottanta, di fronte al fiorire dei primi videoclip e e delle TV private, sorridere un po’ snob alla vista del balletto del lupo. La ragazza più magra carina e la ragazza ciccia buffa, che però canta niente male. Per fortuna troppo distratti dal turbine del rock new wave inglese dove pulsa il nuovo.
Aula Magna dell’Università di Bologna. Il rettore consegna una delle prime lauree honoris causa al piccolo cantautore, molti anni prima che quelli milanesi di Stronzologia assegnassero lo stesso titolo ai Rossi vaschi e valentini. Già allora il giovane studente occhialuto pensa sia una bella cagata, ma non può fare a meno di sorridere per l’acutezza delle parole dell’uomo barbuto.
Altri dieci anni dopo, Via Massimo d’Azeglio, in visita di lavoro, non incontrarlo per sfortuna, ma ritrovarsi nelle sue stanze piene di opere d’arte contemporanea e comprendere di essere di fronte ad una grande intelligenza, debordante curiosità, umanità e voglia di vivere.
Alla Stazione Centrale di Roma partecipare alla presentazione del non troppo fortunato Henna.
Caruso mi impone di imbattermi nel suo nome quasi quotidianamente, tanto la canzone è famosa in tutto il mondo e domina la classifica degli incassi.
Stella di Mare, cantata da Mia Martini.
Oggi è partita la parata delle “preferite” ed è giusto così.
Dalle mie parti si guardano le classifiche di iTunes, e va bene così.
In Piazza Grande oggi si ricorda, è ok.
Non sono mai stato un fan di Lucio Dalla.
Ripasso sull’iPod le canzoni della sua playlist e mi rendo conto che ha segnato molti momenti della mia vita e che ieri a pranzo, tutti, anche i più accesi metallari, dicevano la stessa cosa.
15 giugno 2010
Il bello della Tafelmusik
Per Tafelmusik non intendo la Musica da Tavola come la si intendeva nel Seicento, ovvero quell'insieme di composizioni musicali create apposta per i banchetti.Ma neppure un simpatico tavolo musicale multicolore per bambini.
Di musica, a tavola, ho la fortuna di parlare spesso con alcuni miei colleghi di lavoro.
Data la leggera differenza di età (50-45-40-35), abbiamo vissuto momenti della storia della musica recente diversi ed ho ognuno ha un periodo, un genere che lo ha segnato in modo più o meno profondo.
Chi il fulgore del rock Anni Sessanta/Settanta e il jazz, chi - come il sottoscritto - il Punk e la New Wave degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, chi l'evoluzione del Metal dai Black Sabbath ai Metallica, chi infine il vasto ambito dell'Alternative Rock Anni Novanta.
In questi giorni ci stiamo scambiando la playlist ideale del "nostro" periodo.
Cliccando qui si può accedere alla mia.
Chi vuole esplorare quella seconda vita del rock che fu il periodo dal 1976 al 1982, non ha che da scegliere (in neretto i titoli per me sentimentalmente capitali).
14 agosto 2009
Letture per la Grecia
Antidoto alla paccottiglia nazionale. Perché, diciamocelo pure, il cavaliere (per ora) vince e stravince, riuscendo addirittura a farci rifugiare – per assenza di alternative credibili – nell’osservazione degli altri mondi. Realtà che talvolta parlano della nostra situazione politica e sociale con misto di stupefazione e sconcerto, facendoci sentire illusoriamente meno soli.
Sia la rivista, sia l'argomento meritano approfondimento.
- Post-Punk 1978-1984 di Simon Reynolds. Maxiguida che credo non finirò mai, imprescindibile per capire cosa manca alla conoscenza del mondo parallelo dei suoni che nutre il mio spirito, in particolare in quel magico e fertile periodo di fine Anni Settanta.
Annotare come sempre gli album da ascoltare al ritorno, per tradurre le storie narrate in suoni concreti.
- I classici che sta leggendo A., che ruberò mentre lui ne legge altri (Racconti di Pirandello, Vite parallele di Plutarco, Racconti di Verga).
Nessuna nuova lettura scelta dal sottoscritto. Prima della partenza, solo le energie necessarie a strisciare in libreria per scegliere guida e cartina stradale.
27 luglio 2009
Rientro
23 marzo 2009
Closer close-up
Domenica mattina ho salutato moglie, figli, sorelle, parenti vicini e lontani e insieme ad un caro amico fotografo sono andato a caccia.
A caccia di immagini. Immagini diverse dal solito.
Da tempo volevo farlo e finalmente, eccole.
Molti le riconosceranno subito.
Non è da tutti passare la prima assolata domenica di Primavera in un cimitero, lo so.
Ma che cimitero (il cimitero monumentale di Staglieno a Genova) e per quali immagini.
Sono le sculture utilizzate nel 1980 per copertine dell'album Closer e del singolo Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Un album e un singolo che hanno segnato me e molti altri, che sul quelle copertine abbiamo passato ore, nelle nostre camerette dark un po' problematiche, mentre il vinile nero girava nero.
Per anni ho avuto gli originali di queste sculture a due chilometri da casa e non le avevo mai viste dal vivo.
All'interno non è stato difficile trovarle, anzi quella di Closer si trova a sinistra, appena entrati (il mio amico - cinico ascoltatore dei Queen - ha detto che il fotografo, non avendo tempo, riprese la prima statua capitata a tiro...).
Mi sono trovato a volte a chiedermi su come furono scelte, e chi le propose a Tony Wilson della Factory Records per quelle due copertine. E' vero che esiste da sempre una forte affinità tra Genova e l'Inghilterra, ma Manchester e Staglieno non mi pare ispirino particolari associazioni di idee.
La mattinata è continuata con un indimenticabile giro tra viali alberati in collina, tra cappelle gotiche monumentali e capolavori della scultura, tra prati degradanti vero la Val Bisagno piene di tumuli infiorati e sentieri che ad ogni angolo offrivano scorci mozzafiato e un po' inquietanti di statue, croci e lapidi, a volte anche abbandonate, respirando una boccata di spirito da Grand Tour ottocentesco insieme ad una sensazione di abbandono malinconico, accentuato dalla polvere e dallo smog che ricoprono molte statue.
Se non si è troppo sensibili o peggio superstiziosi, facendo clic qui si può accedere ad una selezione di altre mie foto di queste sculture, "fantastiche" nel vero senso della parola.
05 ottobre 2008
Franco Zaio - Cesare Pavese - Last Blues

Sono contento di prendermi il tempo di parlare del CD di
Franco con questo progetto dimostra di essere ciò che è: persona di grande energia che anima la vita culturale di Genova. Con una modestia e un continuo interrogarsi che gli fanno onore e che traspare ogni giorno dal suo animato e visitato blog o dai suoi sms aforistici con cui puntella e a volte sostiene le mie giornate e quelle dei suoi amici più vicini.
Per un genovese fa uno strano effetto ascoltare i versi Cesare Pavese cantati da un piemontese che vive a Genova. Come mettere il naso in qualcosa di privato che noi, gente abituata alla luce marina e al vento teso, non possiamo capire fino in fondo. Simile specularmente alla perplessità di un Paolo Conte di fronte ai lini e alle vecchie lavande nell’ombra dei nostri armadi.
Ho sempre letto Pavese con questa difficoltà a capire lo spirito piemontese che lo pervade. Solo quella parte di sangue piemontese che mi corre nelle vene sembra mettermi in sintonia con la dignitosa accettazione di un destino umano senza speranza e con una auto-disciplina che solo chi ha a che fare con il Piemonte e Torino può capire.
Il rischio di mettere in musica le poesie di Pavese sono note: l’effetto Fiorello che canta San Martino di Carducci è dietro l’angolo: quell’effetto che incastra forzatamente la metrica poetica dentro alla rigidità della forma canzone con un risultato che nel miglior dei casi è ridicolo, quando non offensivo per la letteratura tutta.
Questo non succede mai (a parte rarissimi casi) nelle canzoni di Last Blues. Con una abilità che non so se accreditare del tutto a Franco o se insita nella forma stessa poetica di Pavese, i versi si incastrano nelle strofe e nei ritornelli con grande naturalezza.
Le desolazione del verso pavesiano quasi contrasta con la dolcezza di un pop nobile, venato da influenze beatlesiane da una parte, ma anche e soprattutto Alternative. Si ascoltano ritmiche e bassi post-punk (Joy Division, The Church), riff alla Steve Wynn chitarre e artigianato alla Elliott Smith, ma su tutto vince sempre lo slancio melodico, quasi radiofonico, dei ritornelli. Bisogna concentrarsi sulle parole per sentirsi colpire allo stomaco, laddove la musica tende naturalmente ad una maggiore leggerezza che rende il tutto fruibile ma
Zaio suona (quasi) tutto: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, basso, batteria, l’amato tamburello, organo e pianoforte. La cosa rende se possibile ancora più emerito il suo sforzo. Da segnalare anche la partecipazione di Andrea Frascolla con
Qualche arditezza armonica e formale in più non sarebbe stata sgradita, così come mi auguro che Franco trovi più occasioni per stendere la sua bella voce, forse qua là un po’ arrugginita da un forzato non costante esercizio. Ma i piccoli nei scompaiono di fronte al coraggio dimostrato nel cimentarsi con un progetto di questo tipo e all’ottimo risultato complessivo: canzoni di grande spessore da ascoltare e riascoltare.
24 maggio 2008
11 maggio 2008
Ari's back
Milano, Palalido, 16/02/1980, The Ramones Live
(Franco, sei contento? Non sono riuscito ad individuarti tra il pubblico però...)
Di queste foto amo tutto. Sicuramente perché c'ero e le ho scattate. Sicuramente perché ero molto giovane e a bocca aperta (con la macchina fotografica in mano però). Per i colori ormai un po' sbiaditi, per le pose straordinarie di Johnny, Joey e Dee Dee, per il fumo del Palalido (vedi sotto), per il rombo di adrenalina immediatamente successivo al "one-two-three-four", per i Chelsea che fecero da supporto, perché avevo appena provato l'ebbrezza della sala prove in Vico San Bernardino, per il cumulo di chiodi (che io mai indossai) ammassati sotto il palco (vedi sotto).
Ma soprattutto per il pubblico. Perché si percepisce una furia ribollente nel pubblico. Una incazzatura esplosiva.
Non erano anni belli. C'era molta tensione (diversa dalla tensione di oggi) ed a un concerto punk questo ci stava molto bene.
L'unico concerto degno di questo nome in quegli anni (1979) era stata Patti Smith a Bologna e Firenze. I Ramones - se non ricordo male - erano stati i primi ad accettare di tornare a suonare in Italia dopo che gli autonomi autoriduzionisti avevano bruciato il palco a Lou Reed qualche anno prima (1975?) e che tutte le agenzie di concerti si rifiutavano di portare gli spettacoli nel nostro paese.
Non a caso quella sera al Palalido c'erano anche parecchi fricchettoni.
Forse anche questo contribuiva ad alimentare una tensione più acuta. Si percepiva un "antagonismo musicale". Loro ci guardavano con disprezzo e stupore, ridendo della pochezza strumentale dei Ramones, dimenticando però che che ciò che contava (come sempre nel rock'n'roll) era l'attitudine. Noi li guardavamo già come dei vecchi rottami patetici.
Foto © Arimondi
01 aprile 2008
Legateli

Fantastico agghiacciante surrealismo comico. Il capovolgimento greve di ogni categoria logica.
Mi sono sempre chiesto, ma come fanno a parlare di "devolution" senza conoscere neppure i Devo?
Deve essere questo che mi distingue da loro.
Voi invece ricordate bene Mongoloid, no?
Mongoloid he was a mongoloid
Happier than you and me
Mongoloid he was a mongoloid
And it determined what he could see
Mongoloid he was a mongoloid
One chromosome too many
Mongoloid he was a mongoloid
And it determined what he could see
And he wore a hat
And he had a job
And he brought home the bacon
So that no one knew
Mongoloid he was a mongoloid
His friends were unaware
Mongoloid he was a mongoloid
Nobody even cared
Devo, Mongoloid (G. Casale) da "Question: Are We Not Men? Answer: We Are Devo!", 1978
E certo ricordate anche Satisfaction (courtesy Franco).
17 febbraio 2008
Control - Il film
Lo dico subito. Control mi ha deluso.
Non so cosa esattamente mi aspettassi da un film biografico sul cantante dei Joy Division, ma pensando all’importanza della loro musica è difficile farsi piacere un racconto che mette a fuoco in maniera realistica soprattutto le piccolezze di una vita in fondo ordinaria e sfortunata come quella di Ian Curtis.
Gli attori sono molto rassomiglianti, le ri-esecuzioni live sono volenterose (quasi tutti i brani sono risuonati dal vivo dagli attori), i set dei concerti sono ben ricreati.
Però certe interpretazioni, certe mimiche sfiorano l’imbarazzante. Del resto come riproporre in modo credibile la terribile dead fly dance, la danza della mosca morta, di Curtis? O il suo sguardo perduto? Guardateli bene qui sotto nel ’79 alla BBC e mi capirete.
Nel film alcuni personaggi cardine della carriera dei Joy Division sono quasi assenti: il produttore Martin Hannett, vero creatore del sound dei Joy Division (che pure fu personaggio spinoso e contraddittorio) appare solo per un attimo, antipatico e cinico.
Sembra che il regista Corbijn abbia voluto soprattutto fare un lavoro di ricostruzione biografica, compreso le belle inquadrature che rimandano alle sue (del regista) allora magnifiche fotografie in b/n. Manca però un guizzo di originalità. Tutto scorre – forse volutamente - nella piattezza documentaria in bianco e nero della grigia Manchester di inizio Anni Ottanta. Neppure angosciante. Solo piatta e grigia.
Il che spiega forse perché i New Order (con mio allora sommo disappunto e disdegno talebano) si fossero quasi dati alla dance dopo gli anni Joy Division (vedi Temptation), ma non spiega perché del film resti poco a fine visione.
In definitiva ho trovato tre quarti del film noiosi. Solo il finale si riscatta attraverso la tensione creata dal rotolare degli eventi verso la tragedia finale. Non è un caso forse che il momento più commovente è l’unico in cui si ascolta
Come nella migliore iconografia rock, il fatto che il protagonista sia mancato in modo così drammatico ha contribuito e contribuisce a ingrandirne il mito, ma quello che oggi resta sono Unknown Pleasures e Closer, probabilmente i due più influenti album rock degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.
Quando ancora le parole post punk (sigh) o gothic (aargh) non esistevano.
14 febbraio 2008
11 febbraio 2008
Feticismo
Killing Joke e PIL (quando incazzato, cioè sempre)
Il frigorifero nelle serate speciali.
22 novembre 2007
La polvere del tempo sul suono
Uno dei motivi per cui la musica pre-Anni Sessanta suonava un pò ostica a chi come me si ingozzava di rock'n'roll tra gli Anni Settanta e Ottanta era la scarsa qualità sonora di quelle incisioni.Come si sa, dopo i Beatles, Revolver, l'effetto stereo e i quattro piste, le incisioni discografiche non furono più le stesse. Il sound entrò a far parte delle caratteristiche (magari subliminali) di un gruppo e del suo successo.
Ecco uno dei motivi per cui Elvis Presley suonava quasi tutto "vecchio". Scarsa risposta in frequenza, dinamiche quasi assenti. E addiritura preistorica suonava qualsiasi canzone leggera pre Anni Cinquanta. In Italia Modugno negli Anni Sessanta fu il primo ad avere dischi che suonavano decentemente. Ancora oggi, in barba a qualsiasi direzione d'orchestra illuminata dal divino, non riesco ad ascoltare una sinfonia registrata prima del 1965 perché le orecchie vomitano.
Eppure in questi mesi ho notato con orrore che album fondamentali degli Anni Ottanta, che allora avevano per me un sound pieno ed elettrizzante, ora suonano come fossero stati incisi dentro ad una scatola da scarpe. Gli Smiths, i primi Clash, i Tuxedo Moon, gli X, anche quasi tutti i Joy Division (sob)... Li ricordo scintillanti e ora risultano "sordi" in confronto a qualsiasi produzione media di oggi.
Un esempio per tutti: Stop me if you think you've heard this one before degli Smiths vs la recente pop version di Mark Ronson.
L'originale è un capolavoro assoluto di ambiguità e forma canzone sghemba, ma come suona quella di Marc Ronson! E i miei figli votano impietosamente per la seconda... In effetti le ritmiche e i fiati ti piombano addosso come un treno, e vibri.
Si salvano ancora London Calling e i Talking Heads, che erano avanti decenni.
I still love you. Only slightly, only slightly less than I used to, my love...
06 febbraio 2007
Edifici e cibo per la mente
1978 - 16 anni.A quell'età ero molto nervoso e mi arrampicavo sui muri e sui soffitti camminando a testa in giù, anche se solo con la mente.
Arrivò More Songs About Buildings and Food dei Talking Heads e credo mi salvò.
Questi erano molti più schizzati di me. Spigolosi, taglienti, squadrati, folli. L'adrenalina scorreva a fiotti e mi placava.
E nello stesso tempo erano molto molto più intelligenti del sottoscritto e di quanto avessi ascoltato fino ad allora. Melodie, pop puro, poco solismo molta ritmica, divertimento. Intellettuali prestati al rock.
La strada delle salvezza, dopo Ruts, dopo Stiff Little Fingers, dopo UK Subs, dopo Angelic Upstarts, prima dell'ultimo bivio verso i pur amati Joy Division, per intraprendere una strada più ossigenata, più costruttiva.
Ora che non è un buon periodo mi fermo spesso a guardare indietro e a chiedermi come la musica può aver avuto questa importanza per me. Ma questa un'altra storia.
24 dicembre 2006
Buoni auspici
Dopo l'acquisto dei regali per gli altri, alla vigilia di Natale decido di farmi un regalo. E lo faccio in un luogo dove non entravo da almeno 20 vent'anni. Quel Disco Club di Via S. Vincenzo a Genova di cui ho riletto di recente e che mi ha riportato alla memoria le decine, forse centinaia di pomeriggi passati a sognare su grandi copertine colorate di album in vinile, indeciso su quale scegliere e dove spendere quei pochi biglietti da mille lire che allora avevo in tasca.Ho trovato tra gli scaffali e subito comprato la riedizione arricchita con demo tracks di Ramones, primo album del 1976 dell'omonimo gruppo newyorkese, disco seminale per tutto il Punk, la New Wave e l'Alternative rock a venire.
Ma la cosa più straordinaria è stata sentire commentare con sorpresa dal gestore: "Però! Questo è l'album più richiesto del giorno".
In pratica, alla vigilia del Natale 2006, Disco Club aveva venduto ben tre - ripeto 3 - copie di Ramones.
Evidentemente l'album più natalizio che ci si possa immaginare!
Mi piace credere che domani qualcun'altro ascolterà, scartando i regali, Blitzkrieg Bop e Let's Dance al posto di Jingle Bells e Bianco Natale!
Intanto mio figlio piccolo che mi accompagnava nel negozio guardava interessato lo scaffale con gli album dei Green Day.
Se questo non è già un buon auspicio per il 2007...
12 novembre 2006
Freddo Sporco negli Ottanta
Come scrive Tommaso Labranca nel suo Il piccolo isolazionista (Castelvecchi, 2006) (courtesy Franco), il messaggio che il Synthpop dei primi Anni Ottanta - da lui definito il Freddo Pulito degli Anni Ottanta - lanciava ai piccoli seguaci adolescenti, chiusi nelle loro camerette, era: "Uscire da qui per raggiungere l'orizzonte. E superarlo" (p. 65). Il suono era linare, sintetico, spesso glamour. New Order, Depeche Mode, Tears for Fears per intenderci. Il tono era dettato dall'eleganza e dal distacco ed è il sound da cui si sviluppò in seguito tanto British pop da classifica.Al contrario, il messaggio di noi altri che frequentavano (anche noi nelle nostre camerette) il Freddo Sporco degli Anni Ottanta era: "E' inutile che ti agiti, tanto non c'è futuro".
Era un suono le cui trame erano intessute di rumori elettrici, sporchi e sudati e il tono era il nero, un nero essenziale e radicale. Joy Division, Wire, Television. Poca classifica (e molto snobismo).
Fu forse questo estremismo eccessivo unito ad una vena caratteriale realista a salvare noi "Freddi Sporchi" da quegli Anni Ottanta o solo l'essere nati in una famiglia borghese e protettiva?
E poi, siamo davvero salvi?
photo © The Button Museum 2002
17 ottobre 2006
Joy
Ieri sera su YouTube ho trovato in tre secondi un video di Transmission che cercavo da anni.Guardatevelo e rabbrividite nel constatare quanto Ian Curtis appaia qui assolutamente indifeso, da tutto.
Poi, per fortuna, al mondo esistono anche persone capaci di sdrammatizzare e smitizzare.
In fondo c'è anche il lato "Joy", giusto?
21 settembre 2006
Dexy's Zapatero
Un album unico. Un'esplosione di fiati. Non mi vengono in mente dischi di soul bianco così convinti e convincenti. Non parlerei di allegria per questa musica, quanto di pura energia sonora, di fisicità incontenibile. Il disco non è commerciale pur essendo godibilissimo. Radicale pur non smettendo di farti muovere il piede. Incazzato ma capace di farti sorridere e ridere ascoltandolo.
Splendide Burn it down (conoscuta anche come Dance Stance) e There there my Dear. Bellissime Tell me when my light turns green e la strumentale The Teams that meet in Caff's.
Infine Geno. Scalò le classifiche. Evidentemente dedicata a mio cognato Gino.
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Stasera visto Viva Zapatero di Sabina Guzzanti.
Al di là della sacrosanta difesa della satira, soprattutto per ricordare a chi fosse distratto quanto la gran parte della stampa italiana sia poco propensa a muoversi in modo indipendente, per nulla desiderosa di difendere la propria stessa ragione di esistere: la libertà di espressione. E inoltre smascherare lo sporco gioco delle querele miliardarie lanciate da imprese contro chiunque osi avanzare un pensiero critico pericoloso nei loro confronti.
Mitico Beppe Grillo che al processo in cui gli vengono chiesti 500.000€ di danni per diffamazione, dice sorridendo ironico ai giornalisti: "ho detto solo quello che dovreste dire voi".
E le 15.000 persone a vedere live la Guzzanti dopo che il programma fu purgato dalla RAI? Non ricordo che questa notizia abbia avuto molta risonanza.
L'intimidazione e il ricatto del potere contro chi osa parlare. Mi ricorda qualcosa di vicino.


