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21 agosto 2012

Pur che se ne parli


Qui non si fa nulla, nulla, se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal dolore delle ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente, per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando gliene hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un avvenimento di cronaca del quale bisogna dire qualcosa in conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: non c'è che il silenzio che uccida. Parigi è un oceano, ma un oceano in cui la calma perde, e la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l'indifferenza di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!

Non è un'"acuta" osservazione da piccolo moderno comunicatore di massa, ma una lettera di Émile Zola a Edmondo de Amicis, risalente più o meno al 1879.
Zola aveva lavorato da Hachette e aveva imparato presto come vendere i propri libri.

Ma dopo quasi 150 anni, l'industria culturale di oggi usa ancora gli stessi strumenti "promozionali" e non è ancora riuscita a trovare nulla di meglio di fare chiasso per far parlar di sé.

Il silenzio uccide, quindi ammettiamo qualsiasi nefandezza comunicativa, purché se ne parli.

17 giugno 2012

Tris di Triennale

Tre ottimi motivi per andare alla Triennale di Milano in questi giorni.

- Mostra sul Kitsch a cura di Gillo Dorfles.
Il critico,  dopo averci istruito negli Anni Sessanta su quanto fosse dannoso esteticamente (e ideologicamente) il fenomeno del kitsch nella vita e nell'arte - senza poterne frenare neppure per un attimo lo strisciante avanzare-, a distanza di quarant'anni ammette abbastanza candidamente che siamo ormai immersi nel kitsch quanto un bimbo prima di nascere lo è nel liquido amniotico.
Insomma il kitsch è tra noi e probabilmente lo siamo anche un po' noi, senza forse accorgercene.
Mostra del kitsch nell'arte, ma anche collezione spassosa di oggetti kitsch da collezione.
Degni da citare l'estremo Rudy Van der Velde (vedi immagine a lato) e l'ironico Corrado Bonomi.

- Commovente poster murale contenente 44 foto di Grégoire Korganow intitolato Pere et fils. La semplicità di un padre e di un figlio che si abbracciano replicato quarantaquattro volte, con il sentimento paterno e filiale amplificati dalla intensità del ritratto.
Argomento non comune, trattato con grande sensibilità.

- Mostra fotografica di Ugo Mulas intolata Esposizioni. Dalle Biennali a Vitalità del Negativo.
La fortuna di essere stati nel posto giusto al momento giusto, con la macchina fotografica giusta ed un immenso talento artistico e comunicativo. Duchamp, Rauschenberg, Giacometti, Severini, Fontana solo per citare i più importanti, ma soprattutto la gente, la tanta gente che ammira l'opera d'arte esposta e che Mulas immortala con il suo bianco e nero sgranato.
Ammiro molto l'opera di Mulas, secondo me tra le massime espressioni del giornalismo fotografico degli Anni Sessanta e Settanta.

01 maggio 2012

La Nuvola



Giusto per rimarcare l'evento.
Oggi Primo Maggio 2012, la mia library musicale si sta trasferendo sulla nuvola.
Le immagino tutte lassù, le "mie" canzoni, pronte ad accarezzarmi l'orecchio in qualunque luogo io mi troverò. Accanto a milioni di altre canzoni, depositate lassù da migliaia di altri ascoltatori appassionati. 


Nessun sa con precisione a cosa porterà questo cambiamento in termini strettamente musicali.
Questo tipo di cambiamenti sono sempre lenti, ma si può pensare che l'ubiquità della musica - inimmaginabile anche solo fino a dieci anni fa - inciderà anche sul modo di farla, di produrla e di commercializzarla.


Senza dimenticare che, oggi Primo Maggio, posso scrivere di ciò anche perché, per fortuna, io un lavoro per ora ce l'ho.

04 aprile 2012

Diritto al lavoro. Ma lontani da mammà

Cosa è più logorante per un giovane che guarda oggi al suo futuro nel mondo?


E' logorante studiare sette camicie per sperare di trovare lavoro dopo diciotto anni di fatiche?
Per poi ancora agitarsi per (forse) finalmente trovarlo?

Ma non è forse più logorante per i figli sopportare la vista quotidiana di questi genitori che affannosamente si agitano intorno e si agiteranno tutta la vita per poter dare loro una prospettiva migliore?
Può un ragazzo convivere con il fardello e la pressione di questa attenzione quotidiana? Una piccola goccia acida che rimbalza su ogni atto della vita quotidiana. Una specie di punizione ultra-terrena da cui non può fuggire. Un catalizzatore di sensi di colpa e di impotenza.
Questa attenzione, questa ossessione del futuro, maledettamente disinteressata; obiettivamente indispensabile. Eppur mai veramente richiesta.
Conferenze scolastiche, seminari di associazioni di volontariato, trasmissioni dedicate, blog in rete, cene tra adulti in cui l'argomento regna sovrano. Il tema è sempre lo stesso: il difficile futuro dei giovani.
Non stupisce che alcuni di questi, esausti e smembrati, rimangono per sempre avvinti come in una tossicodipendenza nel mondo di frutta candita dei genitori che si agitano per loro, rimanendo per tutta la vita dei mantenuti.

E se invece il messaggio che loro vorrebbero inviare fosse: "non datemi una mano; lasciate che sia io a svangarla. Non voglio più vedervi rinunciare a nulla per me. Mi avete generato ed allevato, trasmesso i vostri geni e la vostra cultura "illuminata" di sinistra. Accontentatevi di ciò un buona volta. Un tempo voi lottavate per dei valori nuovi, diversi da quelli dei vostri genitori. Oggi noi lottiamo per vivere nel mondo, ma anche per essere indipendenti, costretti a sopravvivere alla vostra invadenza, al vostro continuo e inevitabile venire in soccorso.
E soprattutto, voi genitori - perché è in questo che dimostrate di essere proprio ciò che temete di più, ovvero VECCHI - toglietevi di dosso quella maledetta aria di martiri piegati della globalizzazione, rinunciatari al lusso dei vostri padri cresciuti nel boom, soffocati dall'angoscia indotta dai mezzi di comunicazione, vetero borghesi di una classe media che non c'è più, disincantati e cinici ormai di fronte a tutto e tuttavia ancora cullàti e consolàti come bambini dalle cagate dei vari Neil Young, Lou Reed, Clash, Joy Division, cantori tedofori di un'immagine da perdenti, figli di un'epoca rock'n roll oggi fagocitata e sincronizzata dagli spot della BMW Eletta, dagli assorbenti femminili e dai prodotti di cosmesi per maschietti.
Abbiamo sentito parlare di Pasolini da voi, ci siamo commossi ed entusiasmati con voi a vedere Apocalypse NowInto the Wild, ma ora lasciateci ascoltare Skrillex e Jason F in pace."

Noi genitori siamo ansiosi nei confronti del futuro dei nostri figli.
Abbiamo modellato esageratamente i nostri progetti anche personali in funzione del loro futuro. L'impressione è che, più che aiutarli, a volte li si bombardi di aspettative di cui forse loro stessi, nella migliore delle ipotesi, non si rendono conto e che soprattutto non ci chiedono. Alcuni, magari più pragmatici, convivono bene con questa forma strisciante di assistenzialismo paternale, ma altri, più sensibili e timidi, non ne verranno schiacciati e avviliti nell'anima e nello spirito?


Foto © Arimondi

28 gennaio 2012

Serendipità, nostalgia dell'inatteso


In un articolo tratto dal numero di dicembre di Intelligent Life, supplemento bimestrale di The Economist, ho trovato alcune considerazioni interessanti su un concetto che mi ha sempre incuriosito e il cui significato non avevo mai approfondito.
Il concetto è serendipità (dall'inglese serendipity) e la sua analisi si collega ad alcuni temi molto attuali, come quello del controllo e dell’influenza che strumenti della rete sempre più potenti e sofisticati come motori di ricerca o social network posso avere sulla nostra vita quotidiana, sulle nostre scelte e sulla nostra evoluzione culturale.

Il termine serendipity fu creato da Horace Walpole, aristocratico e scrittore dilettante che riportò ad un amico la leggenda dei Tre Prìncipi di Serendip. I tre fratelli, educati alle scienze empiriche e inviati in viaggio dal padre, se la cavavano nelle vicende più difficili grazie alla scoperta di cose sempre inaspettate, un po' per fortuna, un po' acutezza di spirito ed intelligenza.

Questo è proprio ciò che caratterizza la serendipità: la capacità di scoprire nuove cose interessanti e inattese in modo casuale mentre si è alla ricerca di altro. Presupposto per queste scoperte è la sagacia e lo spirito di osservazione. La serendipità presuppone anche una certa inefficienza, la non-pianificazione ed esclude la fretta e la mancanza di tempo.
Basta citare il forno a microonde, il Prozac, il Viagra e il pianeta Urano: scoperte che avvennero casualmente mentre gli scienzati stavano cercando qualcos'altro.


Anche la città è luogo ideale per le scoperte casuali, luogo eletto per il flâneur, ovvero per colui che gira per la città a naso all'aria per scoprire nuove cose ma senza una mappa (ma di questo simpatico personaggio da cui sono affascinato parleremo un’altra volta).

Il punto dell'articolo dell’Economist è che oggi il web rischia di ridurre le opportunità di trovare per caso cose che non cerchiamo e che in seguito saremmo contenti di aver trovato.
Apparentemente verrebbe da pensare il contrario: in rete basta qualche click casuale per ritrovarsi in mondi sconosciuti.
Ma Internet non è più un luogo di surfing come lo si immaginava all'origine: spazio virtuale infinito dove avremmo potuto imbatterci in meraviglie e stimoli inaspettati che avrebbero dato il via a nuove scoperte.
Nella pratica questo non accade quasi più: in parte per la pigizia che ci rinchiude nelle confortevoli quattro mura dei nostri bookmarks, feed e delle amicizie dei social network e che ci porta spesso a navigare con la stessa abitudinarietà con cui si passa alla sera a sbirciare nella casella della posta sotto casa per contollare se è arrivata qualche lettera.
Ma non accade più anche perché i siti che visitiamo tendono sempre di più a indirizzarci verso contenuti basati sulle nostre preferenze: i social network per esempio, ma anche i “suggerimenti” di negozi on-line come Amazon. In quest'ultimo caso, da tempo ormai il negozio virtuale di cui sono cliente mi propone solo musica che gravita intorno all’universo indie o rock anni '60-'70 e mai che gli venga in mente di propormi Gesualdo da Venosa, György Ligeti o Burt Bacharach, che pure fanno parte della mia formazione musicale.

In confronto, il quotidiano cartaceo tradizionale – anche quello più ideologicamente orientato - sembra più efficace nel indirizzare il lettore verso nuove scoperte casuali grazie all'impaginazione, che può farti incontrare argomenti inattesi. Si pensi all’importanza che aveva la Terza Pagina nel accostare tra loro argomenti stimolanti ma molto diversi tra loro.
Al contrario, alcuni quotidiani on-line già tendono a consigliarti gli articoli che sono piaciuti ai tuoi amici di Facebook.

Google ti invita a personalizzare il tuo profilo affinché le tue ricerche diano risultati “migliori”, più “adatti” a te, perché basati sulle tue indagini precedenti, sul luogo in cui vivi, sulle preferenze degli amici e, grazie alla geolocalizzazione di cui sono dotati oggi molti cellulari, sui luoghi che hai visitato. Propone tutto ciò come un grande vantaggio mirato a semplificarti la vita. Nella recente policy che unificherà tutti i prodotti Google si parla di esperienza "su misura per te".

In alcuni casi ciò può essere effettivamente vantaggioso perché propone ciò che cerchi; d’altra parte - per ovvi motivi commerciali - tende a non distrarti da ciò che con più facilità finirai per acquistare.
In ciò ricorda un po’ tristemente i canali televisivi Mediaset, quando negli Anni Ottanta e Novanta presero possesso del cervello di una gran parte degli italiani con la loro melassa di mediocre banalità tranquillizzante e ripetitiva, mirata a livellare verso il basso ogni curiosità in favore dell’ingurgitare pubblicità.

Il Web è diventato un luogo ideale per soddisfare i tuoi desideri e per farti trovare ciò che cerchi, ma appare meno efficace nel farti trovare nuove cose.
E spesso, si sa, sono le cose nuove quelle che forniscono stimoli per sviluppare nuove idee e perché no, magari cambiare in meglio la propria vita.



Tutte le foto © Arimondi

05 novembre 2011

Forzati dell'advertising



In tema di sovraccarico da informazione, da qualche tempo sui voli Alitalia Milano-Roma ogni passeggero trova di fronte a sé un monitor incassato nel sedile posto di fronte.
Non di quelli pensili, distribuiti ogni tre quattro file, ma un monitor singolo dedicato per ogni passeggero.

Il monitor è acceso per tutto il volo e propone pubblicità quasi a ritmo continuo.

Durante il mio volo più recente solo dopo un po' di ricerche sono riuscito a spegnerlo; non esiste infatti, mi è parso, un pulsante di accensione, ma è necessario agire sul pulsante brightness che si trova tra i comandi posti sul bracciolo destro, portando il controllo a zero.

La totalità dei passeggeri che mi circondavano, apparentemente non infastiditi, hanno lasciato sfarfalleggiare lo schermo per tutto il volo.

Per quanto mi riguarda mi aspetterei da Alitalia quanto meno uno sconto per dovermi ingozzare di pubblicità forzata anche a diecimila metri di altitudine a causa di un monitor posto a venti centimetri dalla faccia.

Unica nota positiva, per questa volta mi sono state risparmiate le candid camera un po' dementi che di solito infarciscono le programmazioni ad alta quota.

22 ottobre 2011

A volte ritornano


A volte ritornano.
Li si rivede in città. Nella vita sociale. Un po’ timidi e inquieti. Il tempo ha loro segnato un po’ il viso.
Non che sia qualcosa di evidente o eclatante. Solo chi non li ha incontrati da tanto tempo lo noterà. Forse lo sguardo meno vivace di un tempo; certamente qualche capello in meno, le rughe più accentuate, una taglia in più.

Più dignitose le donne. Si curano con un’attenzione che tradisce la coscienza di un orgoglioso declino. Decise per forza genetica a non cedere alle lusinghe della plastica chirurgica che tanto devasta i labbroni delle loro coetanee inquiete.

Vestono vestiti più grigi i loro compagni uomini. Soprattutto se per pudore (o timore) non hanno mai vestito i panni casual del ggiovane.
Da un po’ hanno smesso lo spolvero e non si guardano con grande gioia nello specchio.
Le giovani donne per strada non li notano con la stessa curiosità di pochi anni prima e qualche volta si alzano per lasciar loro il posto in metropolitana, dando rigorosamente del lei.

Sono i genitori dei figli della tarda adolescenza.
Si potrebbe dire i genitori dei figli finalmente adolescenti. O dei figli purtroppo adolescenti.
Il genitore stesso non sa bene, non sa se rallegrarsene o se preoccuparsi.

Da una parte la prospettiva vertiginosa del tempo libero. Le mille nuove opportunità che ti offre la grande città in cui il destino lo ha condotto a vivere, i mille interessi che sa bene essersi solo sopiti e addormentati in questi anni, e che basterà poco a risvegliare.

Dall’altra un baratro di vertigine. Il figlio giovane che dava un’illusione di eterna giovinezza. Sarà tempo libero o tempo vuoto? Fare i conti con se stessi e con la sfida di un nuovo mondo che ti vede riapparire, dopo quasi vent’anni di pausa, come un Robinson Crusoe tornato alla vita “civile”.
Sarò capace?

Leggi nei loro occhi un’incertezza che non avresti notato solo qualche anno fa.
E non è solo l’avvilente situazione sociale di questi anni, il lentissimo ed esaperante declino del ributtante berlusconismo andato di pari passo con il declino intellettuale di parte del paese e con il declino economico della borghesia.
Non è neppure la certezza che il consumismo - cui pure ha contribuito con i suoi soldi - ha appannato il suo spirito critico e che qualcosa di profondo sia stato barattato tanto tempo fa con l’abbonamento Sky, la banda larga e l’auto aziendale.

E’ piuttosto la sensazione inquieta che si stia aprendo una nuova fase della vita.

Ma si badi che non è un UFO il nostro genitore di figlio adolescente.
Frequenta i suoi simili e parla spesso dei figli con i genitori degli altri figli. Con loro scambia occhiate trasversali, convinto che il vicino stia invecchiando peggio di quanto invecchi lui. Anche se alle riunioni di classe si guarda intorno sospettando a ragione che i molti decrepiti stanchi presenti siano molto simili a lui.

Non sa in verità quanto il figlio gli racconti di sé. Narra la cronaca che anche quelli che dicono di saperlo, in realtà si illudono, perché non lo sanno affatto; ed è anche cosciente che i genitori degli altri figli sanno probabilmente di suo figlio cose che lui stesso non conosce.

Loro, i figli, uno gentilmente, l’altro con le sue maniere, gli hanno fatto capire che la vita ora è solo loro. Lui l’aveva già capito da un pezzo. Quando non rispondevano al cellulare o quando ha scoperto che non era più loro amico su Facebook, cancellato in una notte.

Ritornano alla memoria gli innumerevoli week-end passati con i figli piccoli. Ricordi della loro risata critallina e felice ad ogni scoperta delle cose del mondo. Un uccello in volo, lo sguardo stupito, risate squillanti, il rotolarsi sul tappeto a fare la lotta. Energia ineusaribile. I ricordi più preziosi.
L’idea consolante di aver trasmesso la curiosità per il mondo e di averne temperato le durezze. Perché i figli con un’infanzia felice saranno uomini più probabilmente felici.

Questo e molto altro passa nella mente di un genitore che vede i propri figli crescere ragazzi quasi adulti.

Eppure a volte bastano due piatti come quelli della foto - posati su una tavola apparecchiata e ordinata con qualche frutto della terra in un giardino settembrino - per intuire che le prospettive che si aprono sono davvero “prospettive”: balconi con panorami e colori affacciati su mondo di opportunità, e non da soli.

06 settembre 2011

Facebook killed the blog star (part 1)

Ho sempre ammirato la battuta fulminante, l'aneddoto che in poche frasi circoscrive una vicenda ed è capace di estrarne il succo con ironia.
Ma eccomi qui in Facebook (d’ora in poi fb) in compagnia di un esercito di piccoli aforisti, wannabe Oscar Wilde in erba che sintetizzano la loro vita quotidiana in massime di apparente acume ed efficacia nell'immediato, ma di disarmante e proterva banalità sul medio termine.

Disarmati, i copywriters delle agenzie pubblicitarie impallidiscono di frustrazione di fronte alla abilità  degli utenti di fb più svegli nel promuovere la propria esistenza con slogan fulminanti e irresistibili degni di una campagna finto-provocatoria di Oliviero Toscani.

Ma voglio vederci tra dieci anni a rileggere le stronzate partorite quotidianamente, inorriditi nello scoprire le migliaia di ore perse di fronte al video e rubate alla vita, quella vera.

Fb replica quasi sempre la cerimoniosità ipocrita dell'incontro veloce da sveltina sociale e il desiderio compulsivo di partecipazione, di far parte di qualcosa.
Nella migliore delle ipotesi, si rivela sostituto appena "correct" di Meetic, il social network propugnatore del cuccare.

L'ottusa meraviglia espressa a bocca aperta se parliamo del nostro presente, l'alone nostalgico da lacrimuccia se proiettato nel passato (le foto e i tag della nostra "avventurosa" adolescenza, i video dei nostri beniamini ex-ribelli gonfi del rock 'n'roll), l'entusiamo dell'"ah che bello" se proiettato nel futuro, tutti coinvolti nall'anelante buonismo della campagna etica o bioetica della settimana.
Eccoci ad esaltare la dimensione fugace e superficiale delle persone, delle cose e degli eventi, distillando massime da Baci Perugina.

Come in una composizione aleatoria potrei forse – con un po' di tempo a disposizione - stupire gli avventori, seminando a caso lucide frasi e costruendo immaginari frammenti di vita splendida e  appagante, sommo re degli hipster.
O essere pecoreccio al punto giusto per mimetizzarmi tra gli "amici" di Totti e i fan di Alvaro Vitali.
 

Ma a me terrorizza l'esternazione nella vita reale, figuriamoci quella in rete. Quindi “condivido” male e poco.
La nobile parola "condivisione" (che faccio una fatica boia a mettere in pratica nella vita reale, anche solo in famiglia), fa francamente sorridere se applicata all’immateriale e fugace fb, dove la volontà primaria è in genere quella di condividere ed affermare una cosa sola: il proprio ego.

Facebook killed the blog star (part 2)

A costo di apparire moralista e antipatico, quelle del post precedente sono solo alcune considerazioni di mezza via sull'uso di fb.
Erano posteggiate negli appunti da tempo e mi sono astenuto per un po’ dal pubblicarle perché avrei voluto evitare per una volta di fare lo snob nei confronti di ciò da cui molti traggono piacere, soddisfazione e a cui dedicano molto del loro tempo.
Sono abituato alla mia inattualità. Detestavo i primi “telefonini” per la loro pretesa di rendere tutti sempre reperibili. La storia mi ha dato torto: la maggioranza desidera ardentemente essere sempre reperibile e i cellulari sono dappertutto.
A dare una ulteriore colpo alla mia schizzinosità è l’importanza che i social network hanno mostrato nelle ultime elezioni politiche: capaci di compattare un consenso alternativo che è stato (e sarà) determinante per il risultato e di cui si è parlato fin troppo poco su altri media.

Ma come evitare, siore e siori, di tratteggiare  il profilo sociologico dei nostri utenti di fb?

Fb richiama l'allegrone spensierato, quello con la risata lunga trenta vocali e i gattini teneri teneri.
Richiama come il miele le api il malinconico maturo nostalgico dell'adolescenza "ribelle”, dedito compulsivamente a proporre video musicali risalenti ai gloriosi tempi della sua epopea privata, circoscritta al quartiere sotto casa.
Esalta il depresso da pedata in culo che stigmatizza ad ogni attimo le catastrofi politico-sociali e culturali del paese o che vomita il suo spleen esistenziale.
Amplifica il finto trasgressivo stiloso, sagace lettore del Rolling Stone italiota, quello che osserva Iggy Pop in foto insieme a Donatella Versace senza provare il devastante - e troppo romantico - colpo al cuore che prova il sottoscritto.
Insomma sembra incoraggiare coloro che - come direbbe la mia mamma - “parlano perché hanno la lingua in bocca”.
Oppure è solo perché mi sono scelto “amici” strambi?

Rigetta viceversa l'imploso sociale e il marginale, il quale per altro difficilmente ha un computer collegato in rete.
In sintesi, allontana da sé e rifugge il dolore reale.
Ditemi un po’, mai letto su fb uno stato del tipo:  "Oggi mi preparo per la chemioterapia e stamattina vorrei impiccarmi al ponte dietro casa"?

Facebook killed the blog star (part 3)

Mi sono iscritto a fb molti mesi fa.
Ho pensato che avrebbe potuto essere utile al mio lavoro, oltre che soddisfare la mia curiosità da smanettone e voyeur sociale.


A differenza di alcuni conoscenti che hanno deciso di accettare qualsiasi “amicizia”, ho cercato di selezionare i veri amici e i conoscenti e, per quanto riguarda il lavoro, solo le persone effettivamente conosciute (tranne, lo ammetto, qualche eccezione cui non ho saputo resistere, e vorrei vedere voi).
Quando riesco, faccio un giro e il mio ego è appagato nell'apprendere che i miei oggi 199 amici sono nella media dell'utente medio, anche se così pochi rispetto ai miei “amici” più assidui.

Mi sono commosso un po' nel riconoscermi in foto dimenticate, distribuisco i miei mi piace quando leggo qualcosa per cui sorrido, ho selezionato Carmelo Bene e Stanley Kubrick tra i miei artisti preferiti, ho sorriso rivedendo un vecchio conoscente perduto tanti anni fa, sono diventato "amico" di qualche bonazza curiosa o di qualche anima timida e gentile, ho pubblicato una irrestitibile versione live di Sparks degli Who tratta dall’immancabile Wolfgang’s Vault, sono stato contattato da una simpatica liceale che voleva usare per la sua tesina una mia vecchia ricerca su D'Annunzio e il mondo musicale, ho sorriso agli auguri di compleanno ricevuti anche quest’anno (anche se non ho ancora imparato come si fa a ricevere notifica dei compleanni altrui).
Insomma un utente medio, anche se criticamente medio.

Fb è un'altra manifestazione della trasformazione della nostra cultura e della nostra conoscenza da analitica a sintetica, del passaggio dalla cultura basata sull'approfondimento alla cultura dell'immediato, del frammento, della citazione e della rapidità.
Ulterirore sacrificio dell’analisi in favore della sintesi.

Così rimpiango i blog - messi in crisi da fb e da Twitter (la sua versione cocainomane) - e l'obbligo che impongono di espandere il pensiero e di avere tempo per farsi leggere.
 

Fb e i social network, destinati a cambiare il mondo della comunicazione, sono l'inevitabile alternativa al’imminente tramonto lento della TV degradata.

Hanno già vinto, come vinsero i “telefonini”, ma sono per me già il fastidioso rumore di fondo di questi anni in rete, come una muzak invadente da cui ho sempre più bisogno di disintossicarmi con un po' di pensiero strutturato, come in queste righe un po' noiose.

06 giugno 2011

Zimbello low cost

La recente campagna promozionale di Ryanair, che si direbbe una leggenda metropolitana ma che è invece vera (leggi qui), ha qualcosa di emblematico nel mostrare quanto i media possano ritorcersi contro chi ne abusa.

Pane per gli avvocati del cav, ma anche dimostrazione di quanto si casca in basso in quanto a credibilità delle istituzioni.

Tags tra gli altri: Homo politicus, Merci, Pekoreccio e ovviamente Viaggi.

10 febbraio 2011

La protesta del libro scintillante

In questi giorni prendo per buona una frase che risuona intorno a me, dicono1 pronunciata da Don Milani (anche se a dire il vero non ho trovato da alcuna parte conferma che sia stata veramente da lui pronunciata): “A cosa sarà servito avere le mani pulite, se le avremo tenute in tasca”.

Per quanto mi è possibile, sto cercando di partecipare civilmente e fattivamente a ciò che intorno si muove, perché quello che vedo accadere alle istituzioni mi piace sempre meno. Non che prima mi piacesse (anzi), ma in questi giorni ogni volta che leggo il giornale strabuzzo gli occhi (e non davvero per moralismo).
Di fronte a tutto ciò, semplicemente, come diceva la mia vecchia professoressa di filosofia del liceo, mi prendo il diritto di indignarmi. E di conseguenza preferisco indignarmi facendo qualcosa.

Ma al di là di ciò che faccio personalmente, preferisco parlare di Flash Book.


I ragazzi, universitari e liceali, si siedono per terra, in un luogo affollato durante il Sabato pomeriggio dello shopping. Piazza Duomo davanti alla Rinascente, Piazza Cordusio.
In silenzio, ognuno di loro legge un libro. Una lettura solitaria, fatta in mezzo a tanti altri, in mezzo ad altre letture solitarie.
Ognuno di loro protesta silenziosamente, leggendo. Non protesta per un unico motivo condiviso, ma per il proprio motivo.
Per affermare l'importanza della lettura, per controbattere al dilagare dell'ignoranza di chi non è capace di sostenere lo sviluppo dell'educazione.

E non è corretto dare a tutti costi un'intepretazione a questa “protesta”, perché
al centro sta il silenzio e il potere della lettura, offerto in maniera discreta ad una società che di solito urla.

Il passante passa, ironizza, chiede, si stupisce, alza le spalle, capisce, non capisce, brontola, sorride.


Una protesta apartitica e creativa che esprime un bel contrasto con l'impazzare violento che caratterizza la nostra vita pubblica. Violenza così riflessa nella vita quotidiana della Milano di questi giorni.

Vado a curiosare. Perché lì c'è mio figlio.
Colpito ancora dalla sua volontà di partecipare, di socializzare in maniera creativa e costruttiva. Orgoglioso di sentirlo così diverso da me nel suo essere estroverso e partecipativo.

1) Roberto Saviano, Intervento alla manifestazione di Libertà e Giustizia, Palasharp, Milano, 5 Febbraio 2011.

04 febbraio 2011

Gramsci e la black music

In una delle Lettere dal Carcere, a proposito del rischio – paventato da qualche “povero evangelista convinto” - che il buddismo diventi in Europa una forma di idolatria, Gramsci compie una piroetta logica e con una certa ironia commenta così:

Da questo punto di vista, se un pericolo c'è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l'avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone; specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano tracce profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che esprimono nel linguaggio più univerale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una cività non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva e elementare, cioè facilmente assimiliabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico. (...)” (Lettera a Tania, 27 Febbraio 1928)

In queste poche righe – che vanno ovviamente relativizzate ad un'epoca in cui la parola “negro” non sollevava obiezioni politically correct - Gramsci ha una intuizione quasi profetica (siamo nel 1928) nell'evidenziare l'aspetto di fascinazione fisica e psicologica posseduto dalla "musica nera", che era allora il jazz di Sidney Bechet e di Louis Armostrong (ma che sarebbe poi diventato soul, rock'n'roll, rock, punk, fino all'hip hop di oggi). E nel mettere in evidenza il potere che questa musica mostrava nel conquistare i cuori e le menti delle giovani generazioni europee.


Non viene det
to esplicitamente, ma parlando di potere “ideologico” della musica nera, Gramsci sembra già intuire – qualche decennio prima di Pasolini – quanto questo fascino interesserà l'industria dell'entertainment - manifestazione tra le tante del potere del consumismo - la quale utilizzerà il vitalismo della musica popolare per trasformarla in un oggetto di consumo.

Che è poi argomento che riguarda l'aspetto ambivalente del rock – nato come forma musicale di ribellone, permeata di grande creatività – poi presto (subito?) trasformato in prodotto di consumo, per lo più consolante e rassicurante.

24 giugno 2010

Swallowed

Due serate intere dico due totalmente consumate, divorate, ingioate nel tentativo (inutile) di:

1. Installare per il figlio "pacifista" Modern Warfare 2 su Windows 7 Home Edition senza che tutto vada in crash ogni dieci minuti.
2. Dimostrare a Microsoft che la copia di Windows 7 Home Edition che ho acquistato insieme al PC è originale e non contraffatta come invece mi viene continuamente ricordato (quasi fossi un criminale) da un odiosa finestra che disturba il lavoro (e non ditemi che devo passare ad Apple, lo so).
3. Tentare di fare una ricarica sul cellulare di mio figlio dal sito Vodafone convincendo sia il sito, sia una signorina petulante del 190 che non è vero che la mia carta di credito è scaduta.

Il nostro tempo barbaramente consumato dalla tecnologia che ci siamo cercati.

09 gennaio 2010

Aural Pollution

Spesso si parla di inquinamento acustico non solo per indicare l'eccesso di rumore urbano che ci circonda nelle grandi città o in vicinanza di centri industriali, ma anche per l'eccesso di musica imposta che ci circonda in molto luoghi della nostra vita quotidiana (supermercati, librerie, locali pubblici) e interferisce sul nostro paesaggio sonoro. Si tratta della cosiddetta Muzak, o Piped Music.

Un sito che in Inghilterra raccoglie segnalazioni, fornisce suggerimenti e informazioni contro l'Aural Pollution provocato dalla muzak è No Muzak.

01 ottobre 2009

La vittoria per la vita - Win for life

Non ci si illuda. Qui non si fa riferimento allo studio scientifico su qualche nuovo farmaco benefico.

L'Italia democristiana del boom e del post-boom Anni Sessanta e Settanta otteneva il consenso cercando di offrire a tutti un posto di lavoro nella amministrazione pubblica.
Generazioni di giovani italiani sono cresciuti, nel bene e nel male, con il miraggio realizzabile di vivere una tranquilla esistenza lavorativa, più o meno nascosti dietro il banco di qualche ufficio postale o comunale e con un dignitoso stipendio garantito a vita.

Lo Stato di oggi, liberista e intraprendente, ma a corto di fondi e di idee, cambia strategia.

Lo Stato vi offre ancora un dignitoso stipendio garantito a vita.

MA SOLO SE AVETE UN GRAN CULO.


Questa la "filosofia" con cui Sisal (concessionario dello Stato per la gestione di giochi) ha lanciato il nuovo concorso Win for life, che offre ai vincitori non più un unico monte premi, bensì un premio rateizzato in tranche di 4000€ mensili per ventanni.

Non c'è più lavoro? Non c'è più stipendio?

Vabbé, consolatevi, potete sempre comprarvi il miraggio dello stipendio.

13 settembre 2009

Ma i funerali di Stato no...


E' da quando ho infilato il costume il 7 Agosto che non avevo un pensiero di sinistra.
Stavo molto bene, in realtà.
Ora, con il rientro, si stavano naturalmente riaffacciando.

Poi ho visto Veltroni ai Funerali di Stato di Mike Bongiorno.

I pensieri di sinistra sono di nuovo fuggiti.

PS La foto sopra la tengo insieme a quella di Vasco Rossi. La mostrerò ai miei figli quando mi chiederanno di iscriversi allo IULM.

12 settembre 2009

Panem et circenses

Episodio di metà agosto.

Mattina ore nove. Mi arrampico sul piccolo villaggio greco che guarda il mare dalla montagne, per comprare il pane prodotto dall’ultimo forno a legna della regione.

L’anziano panettiere sessantacinquenne mi chiede che lingua parlo, esausto del mio vano gesticolare per descrivere del pane integrale.

“Inglese, Italiano…”

Alla parola “italiano” si illumina e comincia a ridere sguaiatamente, urlando a tutti i clienti in coda dietro di me: “Italianoooo, Berluscooooniii… Ragazza, belle, giovane… Grande Presidente Itaaalia… Presidente Europaaaa….”

Lo urla ammiccando furbetto al vegliardo grosso e ciccione vicino al banco, che mi si avvicina anche lui tutto eccitato, mi guarda negli occhi e, mimando il gesto inequivocabile dell’ombrello, mi fa, complice: “Berluscooooooni…. Cazzo duro…!!! (espressione che, non so perché, tutti i greci conoscono)”.

Il penettiere incalza: “Berluscoooni, Italiaano, maaffia, Presidente Europaaa… Elisabetta Queen (mimando una inequivocabile pecorina)… tutte donne Europa… (pecorina di nuovo)”

A quel punto non posso che fare l’ironico “Eh sì, vabbé, why not president of the world and Universe…”

“Sììììììììì…. Presidente Mondo, tutte donne belle fotti!!!”

Tento un ultimo timido “Yes… but Viagra…”

“Viaaagra… (sempre più forte) Berluscooooooooooooni! Presideeeeeeeeeente!”.

Dimenticavo di parlare ad un vispo ultra sessantenne…

La scena è penosa. La coda dietro di me è ormai lunga. Tutti gli uomini ghignano, le signore sorridono timidamente chinando il capo, non so se vergognandosi di me o dei loro uomini.Sorrido, abbozzo, sogghigno anche io (cliché dell’italiano macho da difendere), faccio il simpatico, pago e me ne vado.

Un tempo eravamo famosi all’estero solo per Paolo Rossi e Roberto Schillaci. Celebrità pallonare a cadenza quadriennale. Oggi abbiamo altre celebrità.

Pensavo di aver capito cosa dicono i commentatori quando sostengono che Berlusconi, come un imperatore romano, mantiene il potere offrendo alla gente panem et circenses, il minimo che serve a vivere dignitosamente unito allo svago e al divertimento delle sue TV.

Invece è più semplice: con lui a capo del governo, mentre vai a comprare il pane ti capitano queste penose scene da circo.

18 gennaio 2009

Mode e adolescenti

Parlando a tavola a proposito della velocità e varietà con cui si avvicendano le mode:

Il piccolo, ridendo: "Eh, pensate quando sarà di moda essere degli sfigati!"
Il grande, rapido: "Allora finalmente sarai alla moda tu."