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01 luglio 2012

Laurel Canyon a Milano

Foto © Arimondi



L'altra sera prima di cena ho assistito ad un piccolo evento magico.
Jonathan Wilson si esibito per uno sparuto gruppo di fortunati in un piccolo locale di Milano, il giorno prima dell'unica vera data italiana a Lucca.

Appena imbracciata la chitarra, accompagnato da Omar Velasco alla seconda chitarra e da Jason Berger al Mellotron, ha spalancato un mondo acustico di magia e bellezza curata.

E' stato un piacere ritrovarsi perduti in un'atmosfera West Coast proiettata nel 2012 senza poter mai poterne definire le influenze precise; che pure ci sono, da Neil Young a David Crosby, a Gram Parsons, ai Buffalo Springfield, alla Band e ai Quicksilver. Quasi che Wilson sia stato generato in questo brodo primordiale e da qui sia partito per elaborare le sue canzoni.
Ma Wilson - stimato produttore - è permeato anche di cultura musicale europea e a volte propone giri di chitarra che sono molto più Pink Floyd o Radiohead che californiani (come in Natural Rhapsody).

Le versioni acustiche non sfigurano rispetto a quelle più elettriche dell'album Gentle Spirit, anzi guadagnano intensità e calore, dando grande peso alla voce di Wilson, sorprendendo per la cura dei dettagli.

I pezzi - come dice un amico -  "respirano", non sono cioè costretti nella forma canzone, ma lasciano spazio a frequenti cambi ritmici e armonici che rendono l'ascolto dell'album ancora una sorpresa e l'esperienza live altrettanto intensa.

Il fatto che la scaletta sia sta solo di cinque-sei pezzi (causa l'incipiente partita Italia-Gemania) ha limitato nel tempo il piacere ma ha forse reso l'evento ancora più speciale.


Qui di seguito in versione elettrica:






17 giugno 2012

Tris di Triennale

Tre ottimi motivi per andare alla Triennale di Milano in questi giorni.

- Mostra sul Kitsch a cura di Gillo Dorfles.
Il critico,  dopo averci istruito negli Anni Sessanta su quanto fosse dannoso esteticamente (e ideologicamente) il fenomeno del kitsch nella vita e nell'arte - senza poterne frenare neppure per un attimo lo strisciante avanzare-, a distanza di quarant'anni ammette abbastanza candidamente che siamo ormai immersi nel kitsch quanto un bimbo prima di nascere lo è nel liquido amniotico.
Insomma il kitsch è tra noi e probabilmente lo siamo anche un po' noi, senza forse accorgercene.
Mostra del kitsch nell'arte, ma anche collezione spassosa di oggetti kitsch da collezione.
Degni da citare l'estremo Rudy Van der Velde (vedi immagine a lato) e l'ironico Corrado Bonomi.

- Commovente poster murale contenente 44 foto di Grégoire Korganow intitolato Pere et fils. La semplicità di un padre e di un figlio che si abbracciano replicato quarantaquattro volte, con il sentimento paterno e filiale amplificati dalla intensità del ritratto.
Argomento non comune, trattato con grande sensibilità.

- Mostra fotografica di Ugo Mulas intolata Esposizioni. Dalle Biennali a Vitalità del Negativo.
La fortuna di essere stati nel posto giusto al momento giusto, con la macchina fotografica giusta ed un immenso talento artistico e comunicativo. Duchamp, Rauschenberg, Giacometti, Severini, Fontana solo per citare i più importanti, ma soprattutto la gente, la tanta gente che ammira l'opera d'arte esposta e che Mulas immortala con il suo bianco e nero sgranato.
Ammiro molto l'opera di Mulas, secondo me tra le massime espressioni del giornalismo fotografico degli Anni Sessanta e Settanta.

18 febbraio 2012

It's the end of TV as we know it...

Da alcune settimane ho una mia personale cura contro l’insonnia.
A dirla tutta, non soffro affatto d’insonnia, almeno per ora.
La natura mi ha donato il privilegio di poggiare la testa sul cuscino e di ritrovarmi quasi subito sul diretto per Morfeo City.

Eppure - data l’aria che tira - anche a me è capitato recentemente di passare qualche notte bianca.
Visto che lo zapping televisivo sulle reti tradizionali soddisfa le mie curiosità antropologiche ma contribuisce anche ad accrescere l’ansia, è stato naturale dirigersi verso il pc la ricerca di un’alternativa calmante.

Vimeo si definisce “comunità di individui creativi, appassionati dall’idea di condividere i propri video”. A differenza di You Tube, dove chiunque può depositare qualsiasi video (e dove quindi la quantità domina sulla qualità, la sciatteria vince quasi sempre sull’originalità, l’intento informativo vince sull'estetica e la pubblicità fa violenta irruzione sempre più spesso), al contrario Vimeo propone video di qualità selezionati da una redazione specializzata.

Vimeo dà sfogo una forma espressiva piuttosto nuova e originale, se non nella sua forma (il cortometraggio) quanto meno nel modo in cui viene veicolata. E' proprio la rapida e immediata veicolazione in rete che incide sulla forma stessa. Si tratta di un tipo di arte visiva niente affatto riconducile ad un stile comune e tuttavia dotato di caratteristiche comuni: brevi documentari di pochi minuti fortemente influenzati dalla fotografia (spesso realizzati a basso costo con le nuove macchine fotografiche digitali o addirittura con l'iPhone, strumenti che permettono di filmare in alta definizione) e dal video musicale. Per poter esprimere tutto in pochi minuti, il montaggio è sempre molto veloce, i colori sono molto saturi, intenso l’uso di filtri digitali che sfocano parti di inquadratura e di focali che alternano con grande velocità il primo piano allo sfondo. Tecniche molto usate sono il Time-lapse e il CGI. Il dialogo è sacrificato - spesso del tutto assente - mentre grande importanza è data alla musica, in genere elettronica, spesso protagonista del video quanto l’immagine.

Benché in Vimeo esistano aree tematiche precise, ogni video può essere molto diverso dagli altri.
Così, durante questa navigazione, che assume spesso tratti un po' psichedelici, ti può venir voglia - gelo permettendo - di fare un viaggio in Danimarca per conoscere la gente della città di Vejle, cittadina di cinquantamila abitanti adagiata su un freddo braccio del Mare del Nord e dove la maggiore attrattiva sembra la vecchia nave rossa parcheggiata in porto (come si vede qui).

A tribute to the people of Vejle da sidewalktalk.dk su Vimeo.

Dopo Vejie si può fare un salto di migliaia di chilometri in pochi attimi e scoprire il breve video del regista Matthew Brown, vincitore di bando per  promozione della regione Basilicata, video suppongo pagato con i soldi dei contribuenti lucani ma che non mi risulta sia stato visto in giro almeno per ora (ed è un peccato perché ti fa venire voglia di partire al volo per Pisticci).

Dreaming It{aly} from Matthew Brown (Matty Brown) on Vimeo.

Infine ti può capitare di fare una visita a mozzafiato visivo in timelapse a Dubai.

Abraj: The two towers of Dubai da Philip Bloom su Vimeo.

Oppure ascoltare una versione decisamente originale di House of the Rising Sun.

The Animals House of the Rising Sun Old School Computer Remix da PURETUNE su Vimeo.

Vimeo insomma è un luogo di scoperte. Non luogo di serendipità, perché qui non si sta cercando nulla di particolare, ma qualcosa più simile all'esperienza del flâneur "digitale", la scoperta fatta casualmente durante un bighellonare che in questo caso non è per le strade di una città sconosciuta, ma in rete.
Vimeo è un buon rimedio intelligente per la tristezza della TV generalista o della programmazione televisiva tradizionale dominata dal quartetto film, serie TV, intrattenimento, informazione.
In attesa che anche da noi arrivino Netflix, Hulu, la vera Apple TV, Google TV e Amazon Tv, le tv on demand prossime venture; in attesa che arrivi la fine della tv come la conosciamo.

05 febbraio 2012

Le radici crescono solide sotto il manto della bellezza



Ho parlato recentemente con un figlio di amici che sta frequentando un'università umanistica a Milano. Gli ho chiesto se aveva trovato qualche professore che lo emozionasse, che gli facesse battere il cuore, accendere la luce dell'intelletto. Se gli capitava ogni tanto di andare all'università con la curiosità di scoprire cosa avrebbe ascoltato quel giorno.
Ha scosso la testa. Mi ha citato il nome di un professore, aggiungendo subito dopo che purtroppo quel prof. non c'era più da tempo.

E' allora che mi è venuto in mente il mio professore di Filosofia della Musica a Bologna, primi Anni Ottanta.

Nel dirigermi verso l'aula - sistemata nell'angusto sottoscala di un luogo che doveva in origine essere un magazzino - passavo di fronte alla sala professori, uno stanzino stretto che correva lungo un corridoio. La stanza, senza mobili a parte un lungo tavolo bianco e senza finestre, aveva nel bianco delle pareti l'unico ornamento e prendeva luce dalle vetrate del corridoio di passaggio e per questo gli studenti in transito vedevano facilmente chi c'era all'interno.

Al mio arrivo, il professore era di solito già lì, in piedi; passeggiando avanti e indietro per lo stretto locale ripeteva a voce alta tra sé e sé la lezione che avrebbe tenuto da lì a poco.

Alcuni compagni facevano un po' di ironia sottolineando la precisione e l'apparente rigidità dell'uomo che - complice l'erra moscia e la giacca con cravatta - poteva anche apparire un po' ingessato nel suo ruolo, forse al limite della pignoleria.
A me invece provocava ammirazione. Mi piaceva l'apparente fragilità che in realtà celava il coraggio di voler fare bene le cose. Forse lui stesso, persona riservata, che non cito perché non credo gradirebbe, l'avrà considerata una debolezza, un segno di insicurezza. Eppure per me era un segnale di cura e di attenzione per gli studenti cui pochi minuti dopo avrebbe trasmesso la sua conoscenza. Tanto che ancora oggi ricordo bene le sue lezioni.
Per me fu un'esperienza radicale, non nel senso oggi un po' abusato di "drastico", ma perché mi fece capire l'importanza di uno studio umanistico capace di andare alla radice dei problemi e delle cose con attitudine e metodologia scientifiche. E di come questa analisi sull'arte musicale e sulla bellezza fosse dotata a sua volta di una bellezza intrinseca.

Della mia tesi di laurea corresse tutto quello che c'era da correggere. Non solo il contenuto, ma anche la forma, fino alla punteggiatura. All'inizio la cosa mi innervosiva perché smascherava quanto la mia scrittura fosse povera e informe.
Se so scrivere decentemente oggi lo devo senza dubbio a lui e alla sua cura per il  dettaglio.

Di persone così per fortuna ne ho incontrate altre. Non sono molte, ma esistono. Oggi le so riconoscere quasi a prima vista e provo una immediata affinità con la loro discreta e disinteressata cura del dettaglio.
Oggi al telefono ne ho salutata una che il meccanismo impazzito delle multinazionali spazzerà via insieme a decine di altre persone. Ma questa è un'altra storia, o forse no.
Foto © Arimondi

18 settembre 2011

L'uomo che amava


Uno dei miei film preferiti di sempre.

A dispetto dell'apparente richiamo pruriginoso affibbiato da manifesti e foto di scena, il film di Truffaut del 1977 sa descrivere senza volgarità, con sensibilità e sottigliezza l'universo del corteggiamento.
La sensualità - che pure permea la pellicola - è stemperata dalla lieve ironia del protagonista.
Quest'ultimo - dall’aspetto un po' dimesso e serioso eppur evidentemente irresistibile nella sua determinazione e nel suo fascino tenebroso - tenta di mitigare la propria solitudine - che è poi la solitudine dell’uomo che non accetta di venire a compromessi con le convenzioni sociali - attraverso la ricerca della bellezza. Lo fa inseguendo senza tregua la bellezza femminile.
Ne riceve in cambio riconoscenza, dolcezza, profondità del sentimento femminile e in definitiva molto amore.
L’uomo guarda gli altri uomini e non li capisce, privo com'è totalmente di qualsiasi spirito cameratesco. Li trova fondamentalmente noiosi.

Alla fine, come in molto altri film di Truffaut (non può non venire in mente Farenheit 451), una sola cosa sopravvive davvero al protagonista: il libro.

L'uomo che amava le donne.
Sinceramente, non era proprio questo ciò che avrei voluto fare da grande?

09 settembre 2011

E.


Così ho lasciato la terra “infuocata”.
Non so tra quanti mesi o decenni la rivedrò. Se mai la rivedrò.
Sicuramente non più in questa dimensione.

Sono stato a salutare E. 
Ho lasciato per sempre la veranda ordinata di vasi pieni di fiori, l'albero di limoni, la soffitta calda di sole, il soggiorno pieno dei suoi colori, la cucina in legno verde con tanta cura appena rifatta.
Ho lasciato la vista dell'Etna, che sabato sera prima del tramonto mi ha regalato il suo pennacchio di fumo.

La sua cura delle cose mi mancherà, perché - come diceva negli ultimi giorni, mentre alle due di notte faceva spostare a C. in tutte le posizioni possibili i divani e le sedie della veranda - “la bellezza è importante”.

A volte è faticoso sentirsi idonei alla propria vita.
Lo straniamento da ciò che viviamo si stempera nel tempo della rimozione e con l’abitudine. Percorriamo le regioni della nostra esistenza come viaggiatori destinati a raggiungere mete precise, che spesso non esistono. La meta è il viaggio stesso, il percorso, non lineare e senza una successione prevedibile di eventi.
In queste condizioni attraversiamo l'esperienza dell' amore o della morte.

Così scriveva, in un breve scritto pubblicato due anni fa, pochi giorni prima di sapere della sua malattia.
Troppo semplice forse ipotizzare che la sua sensibilità avesse già capito, prima che fosse un medico a spiegare.

Ma lo scritto rivela solo l'aspetto introspettivo di E.
Perché era anche una donna solare, di una vitalità e generosità fuori dal comune, capace di infondere forza alle persone che le erano intorno.
E a me preme ricordarla anche come la ricorda qui un'amica, oppure in una delle attività cui si dedicava con trasporto. 
Anche se credo E. avrebbe desiderato essere ricordata soprattutto come storica dell'Arte, disciplina cui aveva dedicato in modo professionale almeno trent'anni di vita, tra Bologna, Faenza, Norwich, Calabria e Sicilia.
Io le devo molto.

01 marzo 2011

Il Maghreb spinge alle porte o era già qui da sempre?

La premessa è che vedo in questi giorni cose allarmanti.
Un'arroganza mai vista nel potere istituzionale, che fa di tutto per difendere se stesso.

Mi allarma ancora di più che in pochi siano allarmati.
Chi ha saltato il fosso perché conviene, chi da anni si culla nella mercificazione della mente e dello spirito critico, chi dice di aver ormai visto tutto e scuote le spalle, chi sconsolato sostiene che "vale tutto", chi ha la visione anestetizzata dalla propria scorza di cinismo.

Non invoco alcuna purezza, ma solo la libertà di essere preoccupato e cercare di immaginare di poter fare qualcosa.


Uno dei metodi tipici per deviare l'attenzione dai veri problemi, in questi giorni di rivoluzioni nel Nord Africa, è quello di inventare i "nemici" alla frontiera, il terrore dell'invasione islamica.

Oggi mi è capitato per caso tra le mani un libro di cui non conoscevo l'esistenza e che non esiterò a comprare appena possibile. Alan Lomax, L'anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55), Il Saggiatore, 2008.
Alan Lomax è un celebre musicologo e ricercatore americano che passò un anno della sua vita in Italia per registrare le manifestazioni della musica popolare italiana. Girando con il suo registratore a nastro insieme all'etnomusicologo italiano Diego Carpitella, attraversò la penisola in cerca di testimonianze musicali.
Le sue registrazioni - che non si limitano al patrimonio italiano - sono celeberrime, fanno ormai parte dei patrimonio dell'umanità e sono state tra l'altro usate nella musica pop (vedi per esempio Moby, Play).
Un'ampia selezione di registrazioni può essere ascoltata qui.

Quello che non sapevo è che Lomax fosse anche fotografo. Il libro presenta una serie di splendide foto in bianco e nero scattate in molti paesi italiani che documentano in modo commovente le persone che popolavano l'Italia rurale degli anni Cinquanta.

Osservando queste foto mi sono venute in mente le immagini della Tunisia, dell'Egitto e della Libia di questi giorni di ribellione. Uomini e donne civili, attanagliati da una miseria atavica, vestiti di poveri vestiti, ma armati di grande dignità.
Scrive Lomax che gli italiani del mondo contadino di quegli anni sono uomini piegati dal lavoro duro, che solo nei giorni festa possono permettersi un bicchiere di vino, rarissimamente un piatto di carne. Un paese dove le donne, coperte da veli neri, hanno la proibizione di uscire da sole o incontrare altri uomini. O dove gli stili canori, soprattutto quelli del Sud, hanno melismi che davvero si confondono con quelli della musica araba.

Guarda Guarda.
Ma quello che descrive Lomax negli anni cinquanta è un paese islamico del Nord Africa o la cattolicissima penisola italiana?

Povera Italia, così immemore della sua condizione di soli cinquanta anni fa.

30 giugno 2010

Velo blu

Un amico mi chiede un estratto dal libro di Pierre Boulez, Punti di riferimento. Einaudi, 1984.

Salgo sulla scaletta per recuperarlo.
Tolgo il dito di polvere.
Dal libro casca la cartolina di un volto coperto da un velo blu.
Fernand Khnopff, der blau Schleier, il velo blu (1909).
Ricordo del dono di una persona sensibile, che mi chiedo ogni tanto dove sia ora.

La mia scrittura piccola e precisa, a matita, fa capolino all'inizio dei paragrafi per indicare un'evidenza o un'emergenza.
Il tempo in cui potevo e volevo essere attento e dedicato al dettaglio, il tempo (perduto) in cui scrivevo spesso a mano (e la mia scrittura era quasi comprensibile a me e agli altri). Il tempo del sentimento travolgente, il tempo per parlare e per dedicare molto tempo ai libri, il tempo delle massime curiosità e delle grandi incertezze.

E' normale avere nostalgia di un tempo così lontano. Una delle fasi del mosaico.

13 giugno 2010

Dica 33

Questa è una delle ultime foto del 33, tratta Centrale - Porpora - Lambrate.
Oggi è domenica e sono uscito apposta per salirvi un'ultima volta. Da domani verrà sostituito da un normale bus.
In questi ultimi anni ho apprezzato molto andare la lavoro con questa carrozza sferragliante, dai sedili di legno scomodi ma dalla forma tondeggiante e dal color legno bruno. Una delle piccole azioni quotidiane che lentamente mi hanno conciliato con Milano.
Mi piacciono le sue lampade di vetro Liberty, i sostegni di metallo dal disegno armonioso.
Ma come racconto nelle poesiole mattutine, era diventato troppo pericoloso. Si rischiava ogni giorno di venire arrotati alla fermata, dato che il tram si fermava vicino alla linea di mezzeria di Via Porpora, costringendo il passeggero ad attraversare la strada e affrontare pirati della strada di ogni risma lanciati a ottanta all'ora.
Invece di cercar di far rispettare il codice della strada - che impone di non sorpassare il tram da destra quando è fermo - il Comune ha approfittato della mancanza di educazione per eliminare il mezzo stesso con un più economico (?) bus.
Un po' come se di fronte al furto di un bell'oggetto, invece di perseguire il ladro, si decidesse di togliere dal mercato la merce per sostituirla con qualcosa di più moderno.
Il 33 comunque rimane. Per ora continuerà a fare un'altra tratta del suo percorso.
Ma non sarà più quella linea un po' misteriosa che sembra andare in direzioni opposte per poi finire sempre dalle parti di Lambrate.
Soprattutto io non potrò più prenderlo e mi mancherà un po'.

19 aprile 2010

Design fiammingo a Lambrate

Il FuoriSalone consiste in una serie di eventi, mostre, manifestazioni e spettacoli che vengono organizzati a Milano a latere del più ufficiale e paludato Salone del Mobile.

Non sono stato in centro - il cosiddetto Brera Design District (oh yeah!), dove storicamente hanno luogo gli eventi più ricercati dal popolo trendy e gli happening a maggior tasso alcolico da cocktail - ma nel più periferico quartiere di Lambrate, dove una incrocio di poche vie composte in gran parte da ex-capannoni industriali riconvertiti in loft e spazi espositivi è diventato il centro di raccolta delle esposizioni dei designer olandesi.


Ecco come mi piacerebbe vedere Milano più spesso. Una città alla pari delle grandi città europee, dove le idee richiamano le persone curiose e dove ci si può riconoscere nel tentativo di conciliare modernità, creatività a vivibilità.

Questa mattina il sole primaverile rendeva meno malinconica l'idea che oggi, lunedì, Milano torna ad essere grigia, sgarbata e un po' spenta come sempre.

27 febbraio 2010

Blanco y negro a Madrid

La crisi economica che colpisce la Spagna in questi mesi è palpabile, ma non sembra scalfire il desiderio dei madrileni di socializzare fuori di casa e di scambiare parole e idee.
Quattro giorni a Madrid bastano per immaginare un possibile diverso modo di vivere, dove la voglia di comunicare e dialogare sembrano più diffuse di quanto avvenga da noi.

Illusione di chi annusa un frammento di vita urbana filtrato dalle guide turistiche?
Può darsi.
Facile passare per superficiali avendo poco tempo a disposizione (ma che c'è di male nell'approfitare della superficialità offerta oggi dai voli low cost, che mi permettono di visitare una capitale europea con pochi euro?).
Sta poi al singolo viaggiatore relativizzare, ricordando che una cosa è la routine quotidiana del proprio paese, capace spesso di tramortire l'entusiasmo e la poesia del vivere, altra cosa è gustare l'istantanea di una capitale pulsante di vita e di luoghi, dove le persone amano radunarsi per parlar fino a tarda notte.
Di certo Madrid è una città che si anima anche dopo le sette di sera e non si assopisce e rinchiude in se stessa come sembra invece voler fare la Milano di oggi.

A Madrid - a parte una serie di luoghi da vedere che non ho resistito ad elencare alla fine di questo post - ho scoperto due highlights che non conoscevo e che da soli valgono, secondo me, il viaggio.
Sono opere di artisti, guarda caso, opposti tra loro.
Luce e tenebra, vita e morte, successo sociale e solitudine profonda.
Joaquin Sorolla e Francisco de Goya.

Joaquin Sorolla o della luce.

Pittore molto celebre in Spagna, da noi non molto conosciuto, rappresenta a pieno titolo un'arte figurativa espressa ai massimi livelli. Vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento potrebbe facilmente essere considerato un pittore conservatore, soprattuto se si pensa a cosa accadeva nella arti figurative in quegli anni in cui nuovi movimenti culturali e -ismi di ogni tipo stavano per rivoluzionare la sensibilità artistica contemporanea.
Eppure Sorolla, pur viaggiando spesso in città europee ed entrando in contatto con artisti delle avanguardie di quegli anni, continuò sempre a dipingere le sue spiagge, i figli, la moglie dall'aria dolce e rassicurante. Pur non mancando a tratti di cogliere aspetti sociali (i lavoratori delle campagne e dei villaggi spagnoli, gli orfani delle colonie al mare), complice il consenso della borghesia spagnola, Sorolla raggiunge la fama in Spagna unendo una talento e una tecnica pittorica eccezionale ad una volontà molto semplice: quella di rappresentare la bellezza intorno a sé.
C'è qualche cosa di incredibilmente alto nella sua capacità di cogliere la luce accecante del mare spagnolo, le ombre nette del mezzogiorno, le pieghe dei vestiti luminosi di donne di inizio secolo. La stessa luce che si coglie nel gardino che ospita il museo a lui dedicato e che fu la sua abitazione. Un giardino fatato, tra statue, zampilli di fontane, siepi di bosso e fiori, che, seppur oggi soffocato tra alcuni palazzi di un quartiere di Madrid, rimane un piccolo luogo miracoloso.


Francisco de Goya o dell'abisso.

Avete in mente i video di Chris Cunningham con la musica di Aphex Twin?

Per me rappresentano le paure e i terrori più ancestrali. Nulla di troppo volento, ma un po' come immergere un mestolo dentro al torbido dei nostri incubi e tirarne fuori il peggio: esseri deformi, giovani ghignanti, paesaggi post-atomici, angeliche figure femminili generate da una costola del "diavolo" in persona.



C'entra questo con Madrid?
Certo non mi aspettavo quello che ho visto nella sala più a Sud del Museo del Prado.

In questa sala si trovano i dipinti della cosidetta pinturas negras di Francisco de Goya.

L'uomo che aveva dipinto l'ammiccante Maja Desnuda o che aveva denunciato con il coraggio e l'efficacia della sua pittura la violenza dello stato totalitario che pure serviva, dipinse questi quadri alla fine della sua vita presso la casa denominata la Quinta del Sordo, quando, lui stesso sordo, solo e abbandonato da tutti, pensò che lì avrebbe vissuto i suoi ultimi giorni.

Sono dipinti che rappresentano il terrore per la vicinanza della pazzia e della morte, uniti però anche alla pietà verso la condizione di esseri viventi di cui si cerca di descrivere il destino apparentemente insensato.


Solo Francis Bacon e gli Espressionisti si avvicinano a tanto nel Ventesimo Secolo figurativo.
Non c'è molto da dire su questi dipinti.
Guardandole prende un senso di vertigine, disagio, sgomento: uomini dal viso distorto da un ghigno simili a visioni post-acido (proprio come nei video di Cunningham/Aphex Twin), divinità nefaste che sbanano i loro figli, uomini che lotteranno tra loro fino alla morte e senza apparente motivo, cani che affogano nel fango sperduti come un puntino su una tela, capre diaboliche che siedono a convitto tra esseri tremanti.
Un compendio dei terrori dell'uomo, che così spesso verranno utilizzate da altri nel corso di tutto il Novecento, fino ad oggi, "secolarizzati" nelle forme espressive del cinema, della letteratura, del videogioco.

Per quanto mi riguarda, ho avuto bisogno della luce di Sorolla per risollevarmi dall'emozione degli abissi di Goya.

Ma cos'altro c'è da non perdere a Madrid?

- Passeggiare per il centro a naso all'aria e con la mappa scoprendo i vari Barrios (a qualsiasi ora del giorno e della notte).
- Andar per tapas (ogni giorno tra le le 19 e le 22, ma anche prima. C'è sempre un valido momento per mangiare a Madrid).
- Il Museo del Prado (una giornata intera, se basta). Immensa la pittura nera di Goya e l'arte sacra di José de Ribera.
- Il Museo di arte contemporanea Reina Sofia (una giornata), passando dal centro culturale CaixaForum (un piccolo Beaubourg) e della stazione ferroviaria di Atocha (un giardino botanico circondato da passeggeri in transito).
- Il nuovo modenissimo quartiere a nord di Madrid (2 ore, da raggiungere in metro, la mia foto ad inizio post) con i suoi grattacieli mozzafiato
- Il mercato di San Miguel, mercato coperto dove non si vende ma si degusta qualsiasi tipo di delizia, dallo stocafisso alla trippa, dal churros al miglior vino di Spagna. Il tutto in piedi, tra gli amici.

27 gennaio 2010

Il Giorno della Memoria e i giorni di G.

Non amo molto le commemorazioni e gli anniversari imposti. Ne riconosco razionalmente il valore simbolico (solo nel caso in cui abbiano per me qualche valore), mi distolgono per un attimo dai pensieri quotidiani e mi rendono più che altro contento se mi procurano un giorno di ferie in piu...

Però quest'anno sento di dover scrivere qualcosa in merito a questo Giorno della Memoria.

Il mio pensiero va a quelle persone che si prendono sulle spalle il carico faticoso della Memoria. Sono le persone che hanno vissuto i campi di sterminio, con perdite personali indicibili e che oggi si rendono testimoni in prima linea di ciò che è stato commesso da un parte dell'Europa civilizzata ai danni di loro consimili durante gli anni della prima metà del Novecento.
Credo di poterne scrivere brevemente, perché conosco una di queste persone.

G., uscito da quell'Inferno, ha continuato a vivere, si è costruito coraggiosamente una famiglia con dei figli, ha vissuto una propria vita perfettamente inserito nel tessuto della società, cercando di essere il più normale possibile e di vivere normalmente, nonostante l'accaduto.
Come molti altri ha vissuto per anni portando dentro di sé il ricordo, cercando tuttavia di far in modo che questo ricordo non condizionasse troppo la vita propria e dei suoi cari. Per anni - da ciò che mi ha raccontato - non ha fatto granché per parlarne pubblicamente, un po' per auto-protezione, un po' perché c'erano altri testimoni a ricordare.

Oggi però le persone che sono in grado di testimoniare sono per motivi anagrafici sempre meno. E lui ha cominciato a sentire il bisogno di raccontare.
Quasi un imperativo interiore del tipo "se non c'è nessuno che può farlo, credo di doverlo fare io".

In questi giorni era quasi in "tourneé". E' stato chiamato da tutte le parti d'Italia per ricordare, per raccontare. Associazioni, Scuole, Centi Culturali, Comuni, tutti ad invitarlo per ascoltare, per intervistare, per filmare.
Credo che nessun possa immaginare quanto deve essere difficile ricordare quanto è accaduto e doverlo ogni volta verbalizzare davanti ad estranei. Dover sacrificare la propria intimità in nome di una "missione".

Per questo dedico questo povero e stringato pensiero del Giorno della Memoria a G., immaginando quanto deve essere stanco oggi e augurandomi si possa riposare di un meritato riposo accanto alle persone cui vuole bene (sempre che lui, uomo dall'energia invidiabile, sia capace di fermarsi a riposare).

Al contempo spero si senta molto fiero di sé.
Io, per quanto può contare, sono fiero di lui e sono certo che siamo in molti ad essere fieri e grati a testimoni della Memoria come lui.
Per quanto può servire, è giusto che G. se lo senta dire. Sperando non sia turbato da questa ulteriore intrusione nella sua sensibilità.

Proprio in questi anni, in cui mi rendo conto di quanto la memoria da tramandare sia importante per i nostri figli, per evitare o cercare di evitare gli orrori provati dall'ignoranza e dall'odio che l'uomo sa commettere.

27 settembre 2009

Digital Tableaux Vivants

Bruciato da precedenti esperienze al Palazzo Reale di Milano, temevo di assistere ad un altro show di opulenza mediatica e vuota tipo David La Chapelle.
Dopo quella infausta mostra di due anni fa – inno alla vacuità kitsch elevata all’ennesima potenza – cerco di diffidare degli artisti che usano i grandi nomi dello spettacolo per le proprie creazioni.

Non è il caso della bella mostra VOOM Portraits, dove le rappresentazioni visive di Bob Wilson fissano su schermi al plasma ad alta definizione dei “quadri viventi”, che propongono personaggi della cultura e dello spettacolo, uomini comuni ed animali.

Il protagonista di ogni video ritratto appare immobile, ma è il suo respiro a tradire la vitalità che traspare dalle opere. Altre volte compie azioni reiterate e simboliche, che possono essere riempite di significato da citazioni radicate nella storia della cultura, della pittura o dei media. Come l’irresistibile sguardo ironico di un impaziente Steve Buscemi, macellaio insanguinato di fronte al quarto di bue pronto ad essere sezionato.

Wilson sperimenta questa forma espressiva con il video analogico fin dagli Anni '60. Negli Anni '70 la TV tedesca ZDF trasmette in loop i suoi ritratti viventi al posto del monoscopio di fine trasmissioni. Oggi tutto è reso con grande efficacia e vividezza dall’alta definizione. La mostra è realizzata con il contributo della TV via satellite VoomHD che ha commissionato più di 150 opere. Un bel connubio di arte e tecnologia, a mio parere.

Quello che viene salvaguardato è l’umanità delle figure, dove persone normali acquistano una profondità quasi caraveggesca, come con il meccanico Norman Paul Fleming.

Mi piace immaginare di avere in casa uno schermo HD che riproduce questi tableaux vivants digitali, normale evoluzione del porta-fotografie digitale che va oggi a ruba nei negozi di elettronica di consumo.

Tra le opere, la più intensa di tutti mi pare quella di Wynona Rider, il cui viso immobile, incorniciato da una corona di splendidi fiori, osserva allucinato per circa quindi minuti le proprie ossessioni femminili ed erotiche - una pistola, una borsetta, uno spazzolino da denti - mentre il passare del tempo viene scandito dall’alternarsi di giorno e notte, in un’alternanaza cromatica lenta e mozzafiato.

L’opera è ispirata dall’agghiacciante Giorni Felici di Samuel Beckett, opera teatrale in cui una donna qualunque, sprofondata inessorabilmente nella sabbia, accanto ad un marito dal cranio sfondato, cerca di convincersi in un frenetico affabulare di vivere comunque una quotidianità bellissima e felice.

Wilson rilegge questa vicenda del Teatro dell’Assurdo con la freddezza del digitale, svuotandola dell’elemento angosciante e ottenendo un risultato molto alto.

Altrettanto bella Carolina di Monaco raffigurata immobile con un profilo nobile e fiero, in un bianco e nero che rimanda alla madre Grace Kelly nel film La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock.

Anche personaggi celebri come Brad Pitt riescono irresistibili quando, in mutande sotto la pioggia, sfogano la loro virilità con una pistola ad acqua.

Altri si spogliano di qualsiasi volgarità grazie alla stautuaria immobilità della loro bellezza, come la sensualissima Dita von Teese, costretta sadicamente (per lei e per noi) a stare immobile su un trapezio.

Finendo con le profonde rughe dello scrittore Gao Xionjian il cui viso scavato viene attraversato dalla scritta “La solitudine è una condizione necessaria alla libertà”.

20 settembre 2009

Giardini dell'anima


Mi piacciono le mostre che si concentrano su un momento breve ma definito della vita di un artista e cercano di restituire questo momento nella sua completezza. Le preferisco alle defatiganti mostre monografiche, di cui si ricordano poi solo schegge sparse e folle oceaniche.

La Mostra di Claude Monet sugli ultimi suoi anni (Il tempo delle ninfee, Palazzo Reale, Milano) presenta infatti solo 20 dipinti e in più permette di perdersi nella bellezza della natura, cosa che mi è stata molto gradita sull’orlo del baratro autunnale.

Monet amava massimamente dipingere la natura e aveva cercato di ricostruire nei giardini di casa sua a Giverny tutta questa bellezza.

L’immagine qui sotto mostra la pianta dei giardini, dove la parte lacustre (con il famoso ponte giapponese dipinto decine e decine di volte) era raggiungibile da un sottopasso sotto la ferrovia. Qui Monet si rifugiava, dedicando giornate intere alla riproduzione su tela della complessità cromatica dei riflessi di un ciuffo di fiori sull'acqua increspata da alghe multicolori.

Sorprendente è anche scoprire come l’iniziatore dell’Impressionismo, alla fine della sua vita (siamo alla fine degli Anni ’20), sia in grado di dipingere quadri di una densità cromatica che rimanda quasi (vedi immagine sopra) all’espressionismo astratto di molti decenni successivi.

Certo anche la mosta di Claude Monet si perderà nel sovaccarico informativo del 2009 forse, ma trascorrere qualche ora tra i colori trasfigurati di ninfee, canneti, glicini e roseti del giardino di Giverny è stato vivificante.

23 marzo 2009

Closer close-up


Domenica mattina ho salutato moglie, figli, sorelle, parenti vicini e lontani e insieme ad un caro amico fotografo sono andato a caccia.
A caccia di immagini. Immagini diverse dal solito.
Da tempo volevo farlo e finalmente, eccole.

Molti le riconosceranno subito.

Non è da tutti passare la prima assolata domenica di Primavera in un cimitero, lo so.
Ma che cimitero (il cimitero monumentale di Staglieno a Genova) e per quali immagini.

Sono le sculture utilizzate nel 1980 per copertine dell'album Closer e del singolo Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Un album e un singolo che hanno segnato me e molti altri, che sul quelle copertine abbiamo passato ore, nelle nostre camerette dark un po' problematiche, mentre il vinile nero girava nero.


Per anni ho avuto gli originali di queste sculture a due chilometri da casa e non le avevo mai viste dal vivo.
All'interno non è stato difficile trovarle, anzi quella di Closer si trova a sinistra, appena entrati (il mio amico - cinico ascoltatore dei Queen - ha detto che il fotografo, non avendo tempo, riprese la prima statua capitata a tiro...).

Mi sono trovato a volte a chiedermi su come furono scelte, e chi le propose a Tony Wilson della Factory Records per quelle due copertine. E' vero che esiste da sempre una forte affinità tra Genova e l'Inghilterra, ma Manchester e Staglieno non mi pare ispirino particolari associazioni di idee.

La mattinata è continuata con un indimenticabile giro tra viali alberati in collina, tra cappelle gotiche monumentali e capolavori della scultura, tra prati degradanti vero la Val Bisagno piene di tumuli infiorati e sentieri che ad ogni angolo offrivano scorci mozzafiato e un po' inquietanti di statue, croci e lapidi, a volte anche abbandonate, respirando una boccata di spirito da Grand Tour ottocentesco insieme ad una sensazione di abbandono malinconico, accentuato dalla polvere e dallo smog che ricoprono molte statue.

Se non si è troppo sensibili o peggio superstiziosi, facendo clic qui si può accedere ad una selezione di altre mie foto di queste sculture, "fantastiche" nel vero senso della parola.

13 marzo 2009

Grr


L'aggressività intorno a me.
La respiro, si taglia a fette.
Mi ci sto abituando? Mi sto adattando ad essa?
Orrore.

Allora leggo le Tragedie Greche. Ascolto American Graffiti. Ascolto le Arie Antiche da camera dell'Ottocento cantate da Cecilia Bartoli. Piano e voce.

Leggere, fresche come l'ossigeno, come il bisogno di correre verso la radice dei concetti umani, alla purezza felice di un rock'n'roll spensierato, alla fonte della voce umana, voce di donna.

Oggi creata nuova playlist. Lieder.
All'interno, le Arie Antiche di cui sopra, il Winterreise di Schubert, le Chansons de Bilitis di Debussy.

04 febbraio 2009

Dieci anni

Troppo facile parlare di Fabrizio De André in questo decennale della scomparsa?
Ma lui rappresenta per me molto di ciò che è la mia educazione sentimentale e intellettuale e credo di dovere molto a lui e a coloro che me lo fecero conoscere, quando ero bambino di pochi anni.

Quello che posso dire è che il Volume 8 (1975) è oggi l'album a mio avviso più attuale e bruciante di De André.

Perché?

- La cattiva strada. Così ermetica e al contempo così chiara nel giustificare l'ambiguità crudele dell'uomo per il mezzo musicale di una ballata quasi sbarazzina. Una "que sera" di Chico Buarque italiana, più spietata. Mi ricorda indirettamente l'atmosfera di "Gomorra".
- Nancy - La storia di Nancy, della sua bigiotteria, della sua perdutezza e della distrazione degli uomini. Ai livelli di Suzanne di Leonard Cohen. Forse ancora più penetrante, nella sua fine, con quel "sono contenta che sei venuto" che ti morde lo stomaco.
- Le storie di ieri - Il ragazzo guarda il muro e si guarda le mani e capisce che non potrà mai accettare la generazione dei padri. Quello è il suo turno. E ti chiedi: i nostri figli ci guardano così oggi, noi nostalgici di un "vero" pensiero di sinistra?
- Giugno '73 - La fine struggente, affilata e rassegnata di un amore. "Tua madre c'è l'ha molto con me, perché sono sposato e in più canto" ... "E' stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati".
- Canzone per l'Estate - Il borghese degli Anni Settanta, degli Anni Ottanta, Novanta e di oggi. Eccomi a immedesimarmi come migliaia che si chiedono com'è che non riescono più a volare.
E cosa avrà provato mio padre ascoltando questa canzone?
- Amico Fragile - Per me il capolavoro di De André, anche musicalmente. La canzone della diversità, del disagio di sentirsi lucidamente estranei e lucidamente perduti, dell'orgoglio di esserlo. "Ero molto più curioso di voi" con tutte le implicazioni del caso, senza paracaduti.

Cosa poteva accadere ad un ragazzo tredicenne che nel mezzo degli Anni Settanta si trovò ad ascoltare queste parole?

07 settembre 2008

Estate

All'anno prossimo, dunque, Estate.

26 agosto 2008

Sicilia Meridionale 2

Una amica siciliana mi racconta che per ben due volte quest'anno, operai chini sui lavori stradali in città si sono fermati e, posando gli attrezzi: “Signora mi permette. Mi viene da recitarvi una poesia. Posso?”.

Dopo il consenso, eccoli intonare antichi versi, con la mimica accorata con cui la tradizione vuole che si accompagnino quelle parole.

Cercando di non generalizzare, una terra dove la bellezza sembra marchiata a fuoco nel carattere delle persone, anche quelle apparentemente più semplici.

Nel sud occidentale profondo della Sicilia, lontano dai luoghi di grande frequentazione turistica, esiste una dignità e un contegno, una mancanza di ostentazione gratuita sorprendente. Anche valutando l’influenza delle chiesa, anche valutando l’attenzione che viene data alla “morale” e alla cura dell’apparire con decoro.

Manca il senso dell’estetismo fine a se stesso, l’attenzione verso l’apparenza così soffocante negli italiani continentali. Nulla è mai sciatto e nello stesso tempo nulla appare mai eccessivo. Una sorta di “classicità”, simile all'albero siciliano della mia foto.

Ossigeno per gli occhi e per il cuore.