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10 giugno 2012

C'è scuola e scuola

A volte bastano poche righe - in questo caso illustri - per definire una buona scuola.


Giulio Giorello a proposito del Liceo Berchet di Milano: "Finito il biennio del Ginnasio, ebbi l'occasione di conoscere alcuni professori veramente in gamba. (...) un altro era don Luigi Giussani, che certo non aveva il temperamento di Don Abbondio, ma era un ispirato docente di religione, così bravo che ancora oggi lo ringrazio di avermi fatto diventare ateo." (pag. 30)

Autori vari, B11 Berchet 1911-2011, 2011, 606 pagg.

05 febbraio 2012

Le radici crescono solide sotto il manto della bellezza



Ho parlato recentemente con un figlio di amici che sta frequentando un'università umanistica a Milano. Gli ho chiesto se aveva trovato qualche professore che lo emozionasse, che gli facesse battere il cuore, accendere la luce dell'intelletto. Se gli capitava ogni tanto di andare all'università con la curiosità di scoprire cosa avrebbe ascoltato quel giorno.
Ha scosso la testa. Mi ha citato il nome di un professore, aggiungendo subito dopo che purtroppo quel prof. non c'era più da tempo.

E' allora che mi è venuto in mente il mio professore di Filosofia della Musica a Bologna, primi Anni Ottanta.

Nel dirigermi verso l'aula - sistemata nell'angusto sottoscala di un luogo che doveva in origine essere un magazzino - passavo di fronte alla sala professori, uno stanzino stretto che correva lungo un corridoio. La stanza, senza mobili a parte un lungo tavolo bianco e senza finestre, aveva nel bianco delle pareti l'unico ornamento e prendeva luce dalle vetrate del corridoio di passaggio e per questo gli studenti in transito vedevano facilmente chi c'era all'interno.

Al mio arrivo, il professore era di solito già lì, in piedi; passeggiando avanti e indietro per lo stretto locale ripeteva a voce alta tra sé e sé la lezione che avrebbe tenuto da lì a poco.

Alcuni compagni facevano un po' di ironia sottolineando la precisione e l'apparente rigidità dell'uomo che - complice l'erra moscia e la giacca con cravatta - poteva anche apparire un po' ingessato nel suo ruolo, forse al limite della pignoleria.
A me invece provocava ammirazione. Mi piaceva l'apparente fragilità che in realtà celava il coraggio di voler fare bene le cose. Forse lui stesso, persona riservata, che non cito perché non credo gradirebbe, l'avrà considerata una debolezza, un segno di insicurezza. Eppure per me era un segnale di cura e di attenzione per gli studenti cui pochi minuti dopo avrebbe trasmesso la sua conoscenza. Tanto che ancora oggi ricordo bene le sue lezioni.
Per me fu un'esperienza radicale, non nel senso oggi un po' abusato di "drastico", ma perché mi fece capire l'importanza di uno studio umanistico capace di andare alla radice dei problemi e delle cose con attitudine e metodologia scientifiche. E di come questa analisi sull'arte musicale e sulla bellezza fosse dotata a sua volta di una bellezza intrinseca.

Della mia tesi di laurea corresse tutto quello che c'era da correggere. Non solo il contenuto, ma anche la forma, fino alla punteggiatura. All'inizio la cosa mi innervosiva perché smascherava quanto la mia scrittura fosse povera e informe.
Se so scrivere decentemente oggi lo devo senza dubbio a lui e alla sua cura per il  dettaglio.

Di persone così per fortuna ne ho incontrate altre. Non sono molte, ma esistono. Oggi le so riconoscere quasi a prima vista e provo una immediata affinità con la loro discreta e disinteressata cura del dettaglio.
Oggi al telefono ne ho salutata una che il meccanismo impazzito delle multinazionali spazzerà via insieme a decine di altre persone. Ma questa è un'altra storia, o forse no.
Foto © Arimondi

31 maggio 2011

Milano - Napoli, 29-30 Maggio 2011



Questa era in canna da un po'.
Ed è interregionale, nel senso che va bene a Napoli come a Milano.

10 gennaio 2009

La passione quasi tragica dell'ascolto

Scusassero la prolungata assenza, ma l’Adolescenza consuma il tempo e l'esistenza del genitore.


Da molto tempo l’idea non espressa mi gira nella testa. Non trovavo i termini per esporla compiutamente.

A dimostrazione che le cose basta cercarle alla fonte, ecco venirmi in aiuto niente meno che Aristotele che nella Poetica (6 p.1449 b 24-28) dà la prima definizione giunta a noi della Tragedia greca (quella di Eschilo, Sofocle ed Euripide per intenderci)


La Tragedia dunque è rappresentazione (mimesi) di un’azione seria e compiuta in se stessa, avente una determinata ampiezza, con stile adorno, appropriato al genere di ciascuna della parti; di persone agenti e non in forma narrativa; e che, attraverso pietà e terrore, consegue l’effetto di liberare da siffatte passioni.


Per inciso, prima della Tragedia greca, nulla del genere era mai apparso nella cultura occidentale. Ancora oggi è un mistero come la cultura greca abbia potuto far nascere dalla poesi a dell’epica (forme puramente poetiche e narrative) una struttura complessa e multidisciplinare come il teatro, che prevedede l’integrazione di poeti, attori, registi, cori, musiche, scenografie, attrezzi scenici. Alcuni sostengono che solo una civilità libera e democratica come l’Atene del 500 AC poteve far nascere al suo interno un meccanismo artistico così perfetto e nobilmente “politico”, così omnicomprensivo delle passioni umane. Mai più ripetuto e da allora solo imitato.


Aristotele nalla sua definizione sostiene quindi il compito della tragedia teatrale è proprio quella di rappresentare le passione e facendo ciò liberare da queste passioni noi poveri mortali che assistiamo alla rappresentazione.


Non un semplice “mal comune mezzo gaudio”, ma un “digerire” la proprie passioni, angosce e dolori attraverso la rappresentazione dei dolori degli altri e dell'estro poetico con cui l’artista è riuscito a rappresentarle. Gli Ateniesi in pratica si psicoanalizzavano in gruppo e all’aperto, non sul lettino dello psicanalista.


Quello che a me viene pensare è che le forme di arte che oggi noi apprezziamo e viviamo, quelle in particolare orientate all’aspetto contradditorio e insondabile della vita, siano tutte figlie del teatro drammatico greco e della “pietà e orrore” che esse manifestano e risvegliano in noi.


Quindi, semplificando grandemente, me ne rendo conto, ecco spiegarsi il motivo per cui amiamo un certo tipo di musica in cui si sprofonda nelle profondità del sentimento umano. Un testo di Leonard Cohen o di De André, un sound inquietante come quello dei Portished o dei Massive Attack, la cupezza introversa dei Joy Division, i Winterreise di Schubert, il Finale del Tristano e Isotta di Wagner, la rabbia impotente dei Germs, il wanna be your dog di Iggy Pop & The Stooges, l’atmosfera rituale e liberatoria del concerto rock.

Cosa può portare ad amare un brano/video come Liar della Rollins Band o Song to Say Goodbye dei Placebo dove viene espresso il peggio dell’animo umano (la sadica menzogna da una parte e la dipendenza/depressione dall’altra)?


Forse, attraverso questi testi noi ci diciamo “ecco a cosa può giungere l’uomo. Ecco a cosa posso giungere anche io. Ma io non sono poi così e le mie pene sono poca cosa in confronto”.


Questo riguarda credo altre esperienze estetiche: Apocalypse Now di Coppola, Barry Lyndon di Kubrick nele cinema, Francis Bacon nell’arte figurativa, Borges e Buzzati in letteratura, solo per citare i primi che vengono in mente.

Fino a capire anche gli amanti del cinema horror e del metal estremo, che hanno un modo ancora più radicale (sebbene più esplicito) per vivere la catarsi delle proprie paure e violenze.

Fino a forse giustificare (?) anche il masochismo dei fruitori della tv verità dove l’orrore del vicino messo in piazza fa sentre meno sfortunato il diseredato spettatore..

Ad ognuno la catarsi che si sceglie/merita, per evitare di passare dall’estetica ai fatti...


Ignobilmente unendo alto e basso, dopo Aristotole, mi piace citare Lester Bangs, mio amato critico rock britannico, che da qualche parte nel suo Guida ragionevole al frastuono più atroce sosteneva che gran parte di coloro che ascoltano rock sono coloro che in realtà gli eccessi vissuti e narrati dai loro idoli ed interpreti, vigliaccamente, non li vivranno mai.



In pratica, a tutti noi è piaciuto immaginarci degli Iggy Pop, dei Lou Reed, dei Jim Morrison, dei Sid Vicious, dei Ian Curtis, dei Kurt Cobain, delle Amy Winehouse (alcuni, ne sono certo, si commuovono ascoltando l’Otello di Verdi o adorano la personalità di Wagner), ma alla fine abbiamo preferito pasti regolari a pranzo e cena e, quando si può, cappuccino e briosche.


Ma sentirci tanto “rock’n’roll” o ricordare quando pensavamo di esserlo ci aiuta a tirare avanti.


PS

Quanto ho scritto riguarda solo il “lato sensibile” dell’esperienza musicale. Ho qui trascurato altri aspetti quali il gusto quasi fisico di suonare uno strumento, lo studio della pura tecnica strumentale e compositiva, l’aspetto storico-musicale ed anche ovviamente la semplice dimensione ludico o funzionale (il ballo o il semplice ascolto distratto), tutte manifestazioni dell'ascolto degne di altrettanta attenzione in una eventuale analisi della fruizione musicale.

22 settembre 2008

Culturivori

Torno a viaggiare regolarmente con la metro milanese.
Sperimentiamo un po' di podcast. Non si può vivere solo di morningplaylist.

Tra tutti i podcast a portata di mano provo questo di Salvatore Natoli sulla filosofia. Non lo conosco. Anche se ho sentito parlare di neopaganesimo, mi sembra il meno peggio tra un Grillo o un Travaglio (non sopporto chi urla alla mattina), un RadioDj, un Fiorello (non sopporto e basta).

Filosofia in pillole di otto minuti... fa abbasanza ridere no?

Però il filosofo già nei primi otto minuti mi dà una chiave di lettura: come si spiega questa dilagante fame di convegni sulla poesia, sulla letteratura, sulla filosofia che animano le nostre città in questi anni?
Si spiega perché viviamo in un mondo dove il consumo domina tutto.
E il consumo non ha un senso.
Per questo le persone dotate di una qualche curiosità cercano questo senso, e alcune lo cercano nella cultura, laddove la religione da tempo non lo fornisce più.

Con ciò diventano a loro volta consumatori. Consumatori di cultura. Un consumo caratterizzato da una ricerca di senso.

Esco della metro, un po' perplesso, con le mia cuffie in testa, mi sento consumatore di cultura. Senza molto più senso di prima però.
Ritenterò.

09 gennaio 2008

Candidi senza lavoro

“So anche,” disse Candido, “che bisognava lavorare il nostro orto.”

“Avete ragione,” rispose Pangloss; “infatti, quando l’uomo fu messo nel Paradiso Terrestre, ci fu messo ut operaretur eum, perché lo lavorasse, la qualcosa prova che l’uomo non è nato per stare in ozio.”

“Lavoriamo senza discutere,” fece Martino, “non c’è altro modo per sopportare la vita." (...)

"Voi dite bene," rispondeva Candido; "(...) noi bisogna che lavoriamo il nostro orto."

Molti citano il Candide di Voltaire come il libro che castiga il positivismo e coloro che insistono sul fatto che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”.
Candido, simbolo di un ottimismo irresistibile ma ottuso vive talmente tante sventure, violenze, saccheggi, stupri, ladrocini, uragani, terremoti, pestilenze e altro ancora che, pur nel suo sconfinato candore, alla fine non può fare a meno di vacillare, scalfito nelle proprie certezze.

Eppure Voltaire, pur nella lucida crudezza e nello spietato realismo, chiude il libro con il dialogo qui sopra citato e sembra darci una via di uscita, che non è spesso citata, chissà perché:

Il lavoro.

Senza il lavoro siamo esseri umani a metà.
So personalmente quanto oggi l’incertezza mini la vita e l’equilibrio delle persone. Soprattutto oggi dove il non potersi permettere di fare certe cose corrisponde quasi al non esistere.
Personalmente posso permettermi di dire di amare l’ozio, ma solo perché so di avere, ora, un lavoro.

Dedico questo banale e inutile post a tutte le persone a me vicine e meno vicine che si agitano per il loro lavoro. Per ottenerlo o mantenerlo.
Perché trovino o salvino il loro orto.

27 dicembre 2007

Estetico (III)

- segue dal post precedente

Nella vita di noi tutti esiste qualcosa di più del rapporto che lega il nostro lavoro alla retribuzione, del nostro mirare al consenso o all’ottenimento di un successo “popolare”, qualcosa che va oltre i nostri doveri di padri e genitori occupati a gestire una famiglia, qualcosa forse più simile all’amore e all’amicizia disinteressata.

Questo è per me l’estetico: ciò che permette contrapporre un pensiero critico alla rozzezza arrogante e semplificatrice della comunicazione dei mass media, che permette di affrontare con coraggio la “tristezza del pensiero” di cui parla George Steiner, che ti porta a lavorare ogni giorno per costruire qualcosa, che ti permette di tenere salde nel cuore nonostante tutto le persone che valgono amore, che ti permettere di trarre dalla Bellezza di cui parlo spesso in questo blog quell’alimento a coltivare la forza interiore, sentendosi parte di quella umanità che ha cercato e cerca di cogliere armonia (interiore ed esteriore) sia nell’armonico, sia nel disarmonico.

Mi rendo conto di aver qui aggiunto alcune cose che si allontanano dai temi trattati da Mario Perniola nel suo libro e tuttavia si collegano in qualche modo ai temi trattati da altri (perché non veicolare questo stesso tema agli adolescenti "sofferenti" di Umberto Galimberti?).

Tutto questo riguarda comunque ciò che mi fa stare qui ora a scrivere di queste cose, cose che certo non ti danno da mangiare né cambiano i macro destini di questo mondo, ma tuttavia possono arrivare a cambiarti la vita, mostrandola nel suo aspetto più onorevole e degno di essere vissuto.

- Fine

Estetico (II)

- segue dal post precedente

L’estetico come lo intende Perniola non è però una sovrastruttura leziosa, un ingenuo affidarsi al “bello” della vita o dell’arte, bensì un atteggiamento che affonda le radici nella nascita della società borghese dell’Ottocento, dalla sua volontà di sottrarsi al principi dell’egoismo e dello sfruttamento e di una visione delle energie umane viste come fine e non come mezzo, coadiuvate da memoria e immaginazione.

Un atteggiamento che, cosa importante, si rende autonomo dal rigore assoluto della Logica (il pensiero scientifico) o dal rigore dalla Morale (il pensiero religioso). Senza rinnegare i bisogni e le aspettative degli individui (che anzi, nell’arte sono centrali, anche nelle forme artistiche più estreme) e senza essere vittima della ricerca dell’arricchimento economico o del successo ad ogni costo.

Ma chi può mettere in pratica l’estetico? Solo gli artisti?

Perniola parla dei ricercatori, dei professionisti, degli insegnanti e arriva addirittura – e ciò mi colpisce in modo particolare - a includere la burocrazia, capace anch’essa di trovare soluzioni tecniche qualificanti per la società.

“Il capitale culturale del ricercatore scientifico, del burocrate, del professionista, dell’insegnante segue gli stressi criteri che presiedono alla formazione del capitale estetico dell’artista. Il loro statuto si fonda su un habitus disinteressato che sollecita un riconoscimento e una ricompensa proprio in virtù del fatto che prescinde dall’interesse economico.
Una società che non è più disposta a ricambiare il dono disinteressato dei suoi ricercatori, burocrati, professionisti, insegnanti, artisti... è destinata a perire, così come la famiglia, una chiesa o un’amicizia che si regga esclusivamente su rapporti commerciali negoziati.” (pag. 73-74).

- continua (2)

Estetico (I)

Da molto tempo voglio parlare di Contro la comunicazione di Mario Perniola (Einaudi, 2004), un libro che mi dà ossigeno nei momenti difficili.

Lo scritto muove una critica decisa alla dilagante cultura delle comunicazione offerta da mass media: la “cultura” falsificante e invasiva delle tv generalista, il “pensiero” dei partiti veicolato dai telegiornali, le “cultura” delle fiorenti facoltà di “scienze della comunicazione”, quella per cui tutto viene confuso in un crogiuolo dove ciò che conta è l’apparenza e dove, pur sbandierando pomposamente il rispetto per le differenze, ogni differenza viene omologata in cambio della presa e mantenimento del potere e del palcoscenico della celebrità.

Dove ciò che conta non è essere, ma esserci e dove i parametri di accuratezza o scientificità vengono sacrificati in nome dell’immediatezza al pubblico e dell’ottenimento di un risultato “tutto e subito”. Dove cantanti pop spericolati e vetusti presentatori ottengono lauree honoris causa in comunicazione, gli stilisti di moda o i piloti di motociclismo definiscono le tendenze “culturali” e dove la verbosità petulante vince sempre sopra la discrezione di un pensiero critico.

Ciò che propone Perniola in alternativa è un atteggiamento estetico.

Cosa è che muove l’artista a creare? Non è un interesse materiale, una speranza di affermazione immediata. L’artista, almeno quello dotato di talento se non proprio di genio, è in genere spinto da una forza interiore che lo anima.

L’artista ha una visione della vita e dell’arte in qui si valorizzano i valori della discrezione interiore (non solo nel senso comune di sobrietà e riservatezza, ma anche di “capacità di discernimento”, quindi di volontà critica), di un ”interesse disinteressato” e di una moderazione intelligente verso le cose del mondo, usando per altro strumenti come l’ironia, l’arguzia, la seduzione discreta, opposti ai meccanismi arroganti e violenti della comunicazione dei mass-media.

- continua (1)

19 dicembre 2007

Drive carefully. Scientists at work


Sempre volgarizzando da Steiner...
Se Dio è morto o non sta particolarmente bene, non è che alla Scienza del Cosmo vada meglio.

E' affascinante ma un pò difficile dover accettare quanto ci viene detto oggi dagli scenziati a proposito della creazione del nostro universo: che è assurdo, che non ha alcun senso pensare a ciò che c’è stato prima del Big Bang. Perché prima c’era il niente, e il niente non si pensa ed esclude la temporalità.

E 'difficile perché anche questa appare come una affermazione dogmatica, simile a cose quali l’Immacolata Concezione.

Non è un caso che la teoria del big bang pare non dispiaccia alla Chiesa.

Drive carefully. Gods at work

Leggendo “Grammatiche della creazione” di George Steiner (2001, ed. ital. Garzanti 2003) , libro tanto arduo e (probabilmente troppo) denso quanto spietato ed urgente, annoto questo:

Tra le varie visioni del metafisico e del simbolico passate in rassegna da Steiner, si ipotizza anche che la Divinità sia per sua stessa essenza obbligata a creare.
La creazione è l’unico atto che il Dio è obbligato a realizzare, pena la negazione della propria esistenza.
Un Dio sterile sarebbe un non senso, uno scandalo logico insolubile.

L’obbligo di creare come unica costrizione del divino. Quindi pur sempre una costrizione cui anche Dio – curiosamente - è soggetto (pag. 22).

Immaginate.
La mattina del lunedi della famosa settimana di Creazione, si svegliò molto più agitato del solito, molto più agitato di quanto lo sia io durante i miei lunedi (e vi assicuro di esserlo molto): per lui in ballo non c’era lo stipendio di fine mese, ma la sue stessa ESISTENZA!

Insomma, anche Lui doveva fare i “compiti”.

17 dicembre 2007

iPod dell'anima

Stefano Maderno, Santa Cecilia
(Roma, Santa Cecilia in Trastevere)

Le arti, e soprattutto la musica, conferiscono all’uomo la libera residenza nella sua città altrimenti mortale.
George Steiner, Grammatiche della creazione, Garzanti 2003


14 novembre 2007

L'ospite inquietante (continua...)

Forse l'Occidente non sparirà per l'inarrestabilità dei processi migratori contro cui tutti urlano, e neppure per la minaccia terroristica che tutti temono, ma per non aver dato senso e identità, e quindi per aver sprecato la proprie giovani generazioni.
Umberto Galimberti, L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, 2007, p. 130.

Anche io, come altri che scrivono qui intorno nel vasto reame digitale, trovo che il libro qui citato sia un libro più che stimolante, e non solo per chi ha figli.

Non voglio, né è possibile, sintetizzare il libro.
Benché apparentemente "apocalittico" nel tracciare con la precisione del bisturi il declino della nostra cultura, la perdita di senso che sovrasta noi e i nostri assai più fragili giovani dopo la fine della religione, delle ideologie e del legalismo, tuttavia il libro indica qua e là - a volte per negazione, a volte esplicitamente - quella che potrebbe essere la via per recuperare l'identità.

Questa via sia chiama passione, amore, empatia, educazione emotiva (ed estetica, aggiungerei poco modestamente), forza d'animo, recupero del pudore (contrario della "spudoratezza" dei media e della politica), naturalmente comunicazione da parte dei genitori e soprattutto della scuola, capacità di elaborare i conflitti interni, abitudine alla differenza.

E ha ragione Franco quando dice che benché il libro scriva dei giovani d'oggi, l'ambito di interpretazione potrebbe ben essere trasposto nel mondo di noi adulti oggi, che per altro eravamo giovani vent'anni fa e forse qualcosa nel retro del cervelletto ricordiamo, magari d'istinto.

Non eravamo noi la Generazione X degli indifferenti di cui parla G. (p.127)? Non eravamo noi i no future chiusi nelle "stanze della rassegnazione" dei primi Anni Ottanta? Eppure, alla fine, non è stata forse la nostra passione per qualcosa, la forza d'animo, le speranza dettata dalla curiosità di andare avanti e grattare il fondo del dark, "accogliendo a braccia aparte le (nostre) ombre" (p. 54), a "salvare" (forse, per ora) molti di noi?

24 ottobre 2007

La parola alla radio

Amo molto la radio della parola. Trovo che lo spazio acustico creato dalla radio, sia esso spazio abitativo o spazio automobilistico, è il luogo ideale per ascoltare ciò che le persone hanno da raccontare.

Da sempre cerco di ascoltare Radio Tre (fin dal tempo de Il racconto di mezzanotte negli Anni Ottanta) e mi capita spesso di sintonizzarmi su Radio24.

Una delle trasmissioni da me preferite è però Uomini e profeti, in onda tutti i Sabati alle 9,30 di mattina su RadioTre.

Fin dal titolo appare a tutti gli effetti una trasmissione di argomento religioso. E vi assicuro che leggendo la presentazione della trasmissione (per esempio questa) verrebbe voglia (almeno a me) di sintonizzarmi a decine di megahertz di distanza.

In realtà il programma affronta in modo diretto e coraggioso argomenti "spirituali" come - solo per fare alcuni esempi - l'ecumenismo, la crisi della religione, i Vangeli apocrifi, la storia della cultura attraverso le più varie fedi religiose (veramente tutte considerate), ma anche argomenti più generali di filosofia e analisi sociale. Invitando ogni volta due o tre ospiti che parlano delle proprie competenze o esperienze, in modo assolutamente aperto e laico.

Va in onda dal 1993, ma io la ascolto da molto meno e in verità non trovo ma il tempo di ascoltarla per intero, dato che dura 45 minuti e il sabato mattina è per me in genere un turbinio di attività domestiche. Eppure ogni volta rimango incantato dalla profondità dei temi svolti e dalla delicatezza e competenza con cui vengono affrontati.

L'autrice Gabriella Caramore padroneggia gli argomenti e lo fa con semplicità e tatto, dimostrando ancora una volta che è necessario conoscere un argomento a fondo per restituirlo agli altri in modo chiaro e fruibile.

Sabato dopo sabato, ci si accorge che l'orecchio che passa distratto vicino alla radio e ogni volta rimane catturato da queste voci che danno l'impressione di sfiorare concretamente la "saggezza".

Sabato scorso c'era tra gli ospiti Umberto Galimberti, che ancora una volta ha gelato gli ascoltatori con la sua lucida analisi del declino dei valori dell'uomo in favore dei valori della tecnica e di come questo crei un incerto futuro ai giovani.
E ciò che colpiva di più non erano tanto le parole di Galimberti (che pure ha esordito citando il "Dio è morto" nietzscheano...), quanto l'annuire quasi muto della Caramore che non poteva che chiosare con un desolato e bisbigliato assenso, presagio al di là dell'etere dell'ineluttabilità concreta di quanto andava raccontando Galimberti, nonostante la fede e chi ce l'ha.
Una specie di silenziosa e dolorosa empatia.

Chi ha tempo e vuole ascoltare, clicchi qui.

Questa trasmissone è un altro bell'esempio di Bellezza, la bellezza della parola e del pensiero.

22 luglio 2007

Il pensiero è triste?


Linko volentieri questo post di Franco, il mio amico-consigliere-libraio di assoluta fiducia, che mi ha suggerito il libro di George Steiner “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” (Garzanti, 2007).

Il libro è stimolante e passa in rassegna i motivi per cui il nostro pensiero non può che essere ragionevolmente “triste”.

Saperlo, può aiutare – forse - a farsene una ragione.

Da parte mia, noto che l’autore – di certo volontariamente – non sfiora la dimensione opposta alla tristezza, che pure è uno stato assolutamente fondamentale e trainante per l’uomo: la pur fuggente felicità e la di essa ricerca.



La possibilità che io in questo momento sia ragionevolmente "felice" - con la vista del verde della campagna piemontese dall’alto della collina, alcune ore da poter dedicare a me stesso e alla scrittura, la coscienza di aver speso una settimana lavorativa utile - non è neanche presa in considerazione dall’autore.

Egli sa bene che il mio realismo critico - come un ronzio di sottofondo - mi fa volare basso.

Mio padre lavorava in campo neurologico e sosteneva che i veri depressi sono i soli che vedono il mondo come realmente è, ed è questo che li spinge al suicidio.
Siamo noi uomini “sani” che per un miracoloso meccanismo di enzimi e sinapsi cerebrali produciamo le motivazioni che ci mandano avanti ogni giorno e che rendono l’essere umano così ambizioso e vitale rispetto alle altre (molto più pigre e concrete) specie animali.
Sono in pratica i meccanismi chimici del cervello a dare la carica. Capaci di spingerci avanti, facendoci balenare la prospettiva delle gratificazioni e “felicità” che continuamente cerchiamo a breve o lungo termine.
Non a caso i veri depressi si curano stimolando farmacologicamente i meccanismi chimici cerebrali, per riattivare la “voglia di vivere”.

La felicità di fronte a questo meraviglioso paesaggio verde piemontese sarebbe dunque un’illusione perché a voler vedere la cruda realtà tutto questo bel verde appassirà e questi muri a secco si sbricioleranno, questo PC finirà smembrato in qualche discarica in Pakistan, così come la mosca qui accanto presto perirà. Morirà per riprodursi è vero, ma per morire ancora migliaia di volte attraverso la decomposizione per i viventi e il deterioramento per la materia.
E
tutta questa fatica finirà (almeno per la Terra) con l’esplosione di qualche supernova chissà quando.

La mia felicità sarebbe un’illusione perché nel pullulare di sentimenti che si agita laggiù nella verde pianura piemontese tra migliaia di persone ci sarà forse il fuggevole amore degli amanti ed il sorriso disinteressato di un bambino, ma c’è soprattutto la corsa al possesso, l’invidia, il rancore, la povertà, l’idiozia, la malattia, la solitudine, la corsa spietata per la sopravvivenza. E basta spostarsi di 1500 km per assistere a ben più crudeli lotte per la sopravvivenza.

Di fronte a tutto ciò siamo, per fortuna, uomini. Ed esserlo significa per me, credo, trovare l’equilibrio tra l’ineluttabilità di come va il mondo ed il raggiungimento dei “piccoli” ma onorevoli obiettivi che ci siamo dati, sfruttando in modo intelligente il naturale entusiasmo forse illusorio che è stato dato all’umanità.

E questo non è un pensiero triste.