Visualizzazione post con etichetta Information Overload. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Information Overload. Mostra tutti i post

17 giugno 2012

L'iPad e i pupi

La tristezza al ristorante nell'assistere allo spettacolo dei genitori che piazzano il figlio di fronte all'iPad mostrandogli i cartoni animati.

Non sarebbe meglio mostrargli la meraviglia di luoghi e di persone che li circonda?


Foto di umpcportal

01 maggio 2012

La Nuvola



Giusto per rimarcare l'evento.
Oggi Primo Maggio 2012, la mia library musicale si sta trasferendo sulla nuvola.
Le immagino tutte lassù, le "mie" canzoni, pronte ad accarezzarmi l'orecchio in qualunque luogo io mi troverò. Accanto a milioni di altre canzoni, depositate lassù da migliaia di altri ascoltatori appassionati. 


Nessun sa con precisione a cosa porterà questo cambiamento in termini strettamente musicali.
Questo tipo di cambiamenti sono sempre lenti, ma si può pensare che l'ubiquità della musica - inimmaginabile anche solo fino a dieci anni fa - inciderà anche sul modo di farla, di produrla e di commercializzarla.


Senza dimenticare che, oggi Primo Maggio, posso scrivere di ciò anche perché, per fortuna, io un lavoro per ora ce l'ho.

28 gennaio 2012

Serendipità, nostalgia dell'inatteso


In un articolo tratto dal numero di dicembre di Intelligent Life, supplemento bimestrale di The Economist, ho trovato alcune considerazioni interessanti su un concetto che mi ha sempre incuriosito e il cui significato non avevo mai approfondito.
Il concetto è serendipità (dall'inglese serendipity) e la sua analisi si collega ad alcuni temi molto attuali, come quello del controllo e dell’influenza che strumenti della rete sempre più potenti e sofisticati come motori di ricerca o social network posso avere sulla nostra vita quotidiana, sulle nostre scelte e sulla nostra evoluzione culturale.

Il termine serendipity fu creato da Horace Walpole, aristocratico e scrittore dilettante che riportò ad un amico la leggenda dei Tre Prìncipi di Serendip. I tre fratelli, educati alle scienze empiriche e inviati in viaggio dal padre, se la cavavano nelle vicende più difficili grazie alla scoperta di cose sempre inaspettate, un po' per fortuna, un po' acutezza di spirito ed intelligenza.

Questo è proprio ciò che caratterizza la serendipità: la capacità di scoprire nuove cose interessanti e inattese in modo casuale mentre si è alla ricerca di altro. Presupposto per queste scoperte è la sagacia e lo spirito di osservazione. La serendipità presuppone anche una certa inefficienza, la non-pianificazione ed esclude la fretta e la mancanza di tempo.
Basta citare il forno a microonde, il Prozac, il Viagra e il pianeta Urano: scoperte che avvennero casualmente mentre gli scienzati stavano cercando qualcos'altro.


Anche la città è luogo ideale per le scoperte casuali, luogo eletto per il flâneur, ovvero per colui che gira per la città a naso all'aria per scoprire nuove cose ma senza una mappa (ma di questo simpatico personaggio da cui sono affascinato parleremo un’altra volta).

Il punto dell'articolo dell’Economist è che oggi il web rischia di ridurre le opportunità di trovare per caso cose che non cerchiamo e che in seguito saremmo contenti di aver trovato.
Apparentemente verrebbe da pensare il contrario: in rete basta qualche click casuale per ritrovarsi in mondi sconosciuti.
Ma Internet non è più un luogo di surfing come lo si immaginava all'origine: spazio virtuale infinito dove avremmo potuto imbatterci in meraviglie e stimoli inaspettati che avrebbero dato il via a nuove scoperte.
Nella pratica questo non accade quasi più: in parte per la pigizia che ci rinchiude nelle confortevoli quattro mura dei nostri bookmarks, feed e delle amicizie dei social network e che ci porta spesso a navigare con la stessa abitudinarietà con cui si passa alla sera a sbirciare nella casella della posta sotto casa per contollare se è arrivata qualche lettera.
Ma non accade più anche perché i siti che visitiamo tendono sempre di più a indirizzarci verso contenuti basati sulle nostre preferenze: i social network per esempio, ma anche i “suggerimenti” di negozi on-line come Amazon. In quest'ultimo caso, da tempo ormai il negozio virtuale di cui sono cliente mi propone solo musica che gravita intorno all’universo indie o rock anni '60-'70 e mai che gli venga in mente di propormi Gesualdo da Venosa, György Ligeti o Burt Bacharach, che pure fanno parte della mia formazione musicale.

In confronto, il quotidiano cartaceo tradizionale – anche quello più ideologicamente orientato - sembra più efficace nel indirizzare il lettore verso nuove scoperte casuali grazie all'impaginazione, che può farti incontrare argomenti inattesi. Si pensi all’importanza che aveva la Terza Pagina nel accostare tra loro argomenti stimolanti ma molto diversi tra loro.
Al contrario, alcuni quotidiani on-line già tendono a consigliarti gli articoli che sono piaciuti ai tuoi amici di Facebook.

Google ti invita a personalizzare il tuo profilo affinché le tue ricerche diano risultati “migliori”, più “adatti” a te, perché basati sulle tue indagini precedenti, sul luogo in cui vivi, sulle preferenze degli amici e, grazie alla geolocalizzazione di cui sono dotati oggi molti cellulari, sui luoghi che hai visitato. Propone tutto ciò come un grande vantaggio mirato a semplificarti la vita. Nella recente policy che unificherà tutti i prodotti Google si parla di esperienza "su misura per te".

In alcuni casi ciò può essere effettivamente vantaggioso perché propone ciò che cerchi; d’altra parte - per ovvi motivi commerciali - tende a non distrarti da ciò che con più facilità finirai per acquistare.
In ciò ricorda un po’ tristemente i canali televisivi Mediaset, quando negli Anni Ottanta e Novanta presero possesso del cervello di una gran parte degli italiani con la loro melassa di mediocre banalità tranquillizzante e ripetitiva, mirata a livellare verso il basso ogni curiosità in favore dell’ingurgitare pubblicità.

Il Web è diventato un luogo ideale per soddisfare i tuoi desideri e per farti trovare ciò che cerchi, ma appare meno efficace nel farti trovare nuove cose.
E spesso, si sa, sono le cose nuove quelle che forniscono stimoli per sviluppare nuove idee e perché no, magari cambiare in meglio la propria vita.



Tutte le foto © Arimondi

05 novembre 2011

Forzati dell'advertising



In tema di sovraccarico da informazione, da qualche tempo sui voli Alitalia Milano-Roma ogni passeggero trova di fronte a sé un monitor incassato nel sedile posto di fronte.
Non di quelli pensili, distribuiti ogni tre quattro file, ma un monitor singolo dedicato per ogni passeggero.

Il monitor è acceso per tutto il volo e propone pubblicità quasi a ritmo continuo.

Durante il mio volo più recente solo dopo un po' di ricerche sono riuscito a spegnerlo; non esiste infatti, mi è parso, un pulsante di accensione, ma è necessario agire sul pulsante brightness che si trova tra i comandi posti sul bracciolo destro, portando il controllo a zero.

La totalità dei passeggeri che mi circondavano, apparentemente non infastiditi, hanno lasciato sfarfalleggiare lo schermo per tutto il volo.

Per quanto mi riguarda mi aspetterei da Alitalia quanto meno uno sconto per dovermi ingozzare di pubblicità forzata anche a diecimila metri di altitudine a causa di un monitor posto a venti centimetri dalla faccia.

Unica nota positiva, per questa volta mi sono state risparmiate le candid camera un po' dementi che di solito infarciscono le programmazioni ad alta quota.

06 settembre 2011

Facebook killed the blog star (part 1)

Ho sempre ammirato la battuta fulminante, l'aneddoto che in poche frasi circoscrive una vicenda ed è capace di estrarne il succo con ironia.
Ma eccomi qui in Facebook (d’ora in poi fb) in compagnia di un esercito di piccoli aforisti, wannabe Oscar Wilde in erba che sintetizzano la loro vita quotidiana in massime di apparente acume ed efficacia nell'immediato, ma di disarmante e proterva banalità sul medio termine.

Disarmati, i copywriters delle agenzie pubblicitarie impallidiscono di frustrazione di fronte alla abilità  degli utenti di fb più svegli nel promuovere la propria esistenza con slogan fulminanti e irresistibili degni di una campagna finto-provocatoria di Oliviero Toscani.

Ma voglio vederci tra dieci anni a rileggere le stronzate partorite quotidianamente, inorriditi nello scoprire le migliaia di ore perse di fronte al video e rubate alla vita, quella vera.

Fb replica quasi sempre la cerimoniosità ipocrita dell'incontro veloce da sveltina sociale e il desiderio compulsivo di partecipazione, di far parte di qualcosa.
Nella migliore delle ipotesi, si rivela sostituto appena "correct" di Meetic, il social network propugnatore del cuccare.

L'ottusa meraviglia espressa a bocca aperta se parliamo del nostro presente, l'alone nostalgico da lacrimuccia se proiettato nel passato (le foto e i tag della nostra "avventurosa" adolescenza, i video dei nostri beniamini ex-ribelli gonfi del rock 'n'roll), l'entusiamo dell'"ah che bello" se proiettato nel futuro, tutti coinvolti nall'anelante buonismo della campagna etica o bioetica della settimana.
Eccoci ad esaltare la dimensione fugace e superficiale delle persone, delle cose e degli eventi, distillando massime da Baci Perugina.

Come in una composizione aleatoria potrei forse – con un po' di tempo a disposizione - stupire gli avventori, seminando a caso lucide frasi e costruendo immaginari frammenti di vita splendida e  appagante, sommo re degli hipster.
O essere pecoreccio al punto giusto per mimetizzarmi tra gli "amici" di Totti e i fan di Alvaro Vitali.
 

Ma a me terrorizza l'esternazione nella vita reale, figuriamoci quella in rete. Quindi “condivido” male e poco.
La nobile parola "condivisione" (che faccio una fatica boia a mettere in pratica nella vita reale, anche solo in famiglia), fa francamente sorridere se applicata all’immateriale e fugace fb, dove la volontà primaria è in genere quella di condividere ed affermare una cosa sola: il proprio ego.

Facebook killed the blog star (part 2)

A costo di apparire moralista e antipatico, quelle del post precedente sono solo alcune considerazioni di mezza via sull'uso di fb.
Erano posteggiate negli appunti da tempo e mi sono astenuto per un po’ dal pubblicarle perché avrei voluto evitare per una volta di fare lo snob nei confronti di ciò da cui molti traggono piacere, soddisfazione e a cui dedicano molto del loro tempo.
Sono abituato alla mia inattualità. Detestavo i primi “telefonini” per la loro pretesa di rendere tutti sempre reperibili. La storia mi ha dato torto: la maggioranza desidera ardentemente essere sempre reperibile e i cellulari sono dappertutto.
A dare una ulteriore colpo alla mia schizzinosità è l’importanza che i social network hanno mostrato nelle ultime elezioni politiche: capaci di compattare un consenso alternativo che è stato (e sarà) determinante per il risultato e di cui si è parlato fin troppo poco su altri media.

Ma come evitare, siore e siori, di tratteggiare  il profilo sociologico dei nostri utenti di fb?

Fb richiama l'allegrone spensierato, quello con la risata lunga trenta vocali e i gattini teneri teneri.
Richiama come il miele le api il malinconico maturo nostalgico dell'adolescenza "ribelle”, dedito compulsivamente a proporre video musicali risalenti ai gloriosi tempi della sua epopea privata, circoscritta al quartiere sotto casa.
Esalta il depresso da pedata in culo che stigmatizza ad ogni attimo le catastrofi politico-sociali e culturali del paese o che vomita il suo spleen esistenziale.
Amplifica il finto trasgressivo stiloso, sagace lettore del Rolling Stone italiota, quello che osserva Iggy Pop in foto insieme a Donatella Versace senza provare il devastante - e troppo romantico - colpo al cuore che prova il sottoscritto.
Insomma sembra incoraggiare coloro che - come direbbe la mia mamma - “parlano perché hanno la lingua in bocca”.
Oppure è solo perché mi sono scelto “amici” strambi?

Rigetta viceversa l'imploso sociale e il marginale, il quale per altro difficilmente ha un computer collegato in rete.
In sintesi, allontana da sé e rifugge il dolore reale.
Ditemi un po’, mai letto su fb uno stato del tipo:  "Oggi mi preparo per la chemioterapia e stamattina vorrei impiccarmi al ponte dietro casa"?

Facebook killed the blog star (part 3)

Mi sono iscritto a fb molti mesi fa.
Ho pensato che avrebbe potuto essere utile al mio lavoro, oltre che soddisfare la mia curiosità da smanettone e voyeur sociale.


A differenza di alcuni conoscenti che hanno deciso di accettare qualsiasi “amicizia”, ho cercato di selezionare i veri amici e i conoscenti e, per quanto riguarda il lavoro, solo le persone effettivamente conosciute (tranne, lo ammetto, qualche eccezione cui non ho saputo resistere, e vorrei vedere voi).
Quando riesco, faccio un giro e il mio ego è appagato nell'apprendere che i miei oggi 199 amici sono nella media dell'utente medio, anche se così pochi rispetto ai miei “amici” più assidui.

Mi sono commosso un po' nel riconoscermi in foto dimenticate, distribuisco i miei mi piace quando leggo qualcosa per cui sorrido, ho selezionato Carmelo Bene e Stanley Kubrick tra i miei artisti preferiti, ho sorriso rivedendo un vecchio conoscente perduto tanti anni fa, sono diventato "amico" di qualche bonazza curiosa o di qualche anima timida e gentile, ho pubblicato una irrestitibile versione live di Sparks degli Who tratta dall’immancabile Wolfgang’s Vault, sono stato contattato da una simpatica liceale che voleva usare per la sua tesina una mia vecchia ricerca su D'Annunzio e il mondo musicale, ho sorriso agli auguri di compleanno ricevuti anche quest’anno (anche se non ho ancora imparato come si fa a ricevere notifica dei compleanni altrui).
Insomma un utente medio, anche se criticamente medio.

Fb è un'altra manifestazione della trasformazione della nostra cultura e della nostra conoscenza da analitica a sintetica, del passaggio dalla cultura basata sull'approfondimento alla cultura dell'immediato, del frammento, della citazione e della rapidità.
Ulterirore sacrificio dell’analisi in favore della sintesi.

Così rimpiango i blog - messi in crisi da fb e da Twitter (la sua versione cocainomane) - e l'obbligo che impongono di espandere il pensiero e di avere tempo per farsi leggere.
 

Fb e i social network, destinati a cambiare il mondo della comunicazione, sono l'inevitabile alternativa al’imminente tramonto lento della TV degradata.

Hanno già vinto, come vinsero i “telefonini”, ma sono per me già il fastidioso rumore di fondo di questi anni in rete, come una muzak invadente da cui ho sempre più bisogno di disintossicarmi con un po' di pensiero strutturato, come in queste righe un po' noiose.

01 settembre 2011

Back to school

Da una parte il bisogno pressante di uscire dal circolo vizioso dell’aforismo furbetto e autoindulgente imposto da Facebook (che in verità frequento poco e maldestramente), di Twitter (che non frequento) o anche solo dal bombardamento di informazioni, fuori e dentro la rete.
Dall’altra, dopo tanta lontananza, il senso di smarrimento per il foglio bianco di Open Office che mi guarda. Quasi non ci fossero cose con un senso da raccontare o approfondire, dopo aver perso un po’ l’abitudine di raccontare e raccontarsi, di fermarsi a ragionare. E non solo in rete.
Per fortuna si manifesta un po' come un bisogno fisico. Quindi scrivo, ancora.

24 giugno 2010

Swallowed

Due serate intere dico due totalmente consumate, divorate, ingioate nel tentativo (inutile) di:

1. Installare per il figlio "pacifista" Modern Warfare 2 su Windows 7 Home Edition senza che tutto vada in crash ogni dieci minuti.
2. Dimostrare a Microsoft che la copia di Windows 7 Home Edition che ho acquistato insieme al PC è originale e non contraffatta come invece mi viene continuamente ricordato (quasi fossi un criminale) da un odiosa finestra che disturba il lavoro (e non ditemi che devo passare ad Apple, lo so).
3. Tentare di fare una ricarica sul cellulare di mio figlio dal sito Vodafone convincendo sia il sito, sia una signorina petulante del 190 che non è vero che la mia carta di credito è scaduta.

Il nostro tempo barbaramente consumato dalla tecnologia che ci siamo cercati.