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21 agosto 2012

Pur che se ne parli


Qui non si fa nulla, nulla, se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal dolore delle ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente, per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando gliene hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un avvenimento di cronaca del quale bisogna dire qualcosa in conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: non c'è che il silenzio che uccida. Parigi è un oceano, ma un oceano in cui la calma perde, e la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l'indifferenza di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!

Non è un'"acuta" osservazione da piccolo moderno comunicatore di massa, ma una lettera di Émile Zola a Edmondo de Amicis, risalente più o meno al 1879.
Zola aveva lavorato da Hachette e aveva imparato presto come vendere i propri libri.

Ma dopo quasi 150 anni, l'industria culturale di oggi usa ancora gli stessi strumenti "promozionali" e non è ancora riuscita a trovare nulla di meglio di fare chiasso per far parlar di sé.

Il silenzio uccide, quindi ammettiamo qualsiasi nefandezza comunicativa, purché se ne parli.

17 giugno 2012

Tris di Triennale

Tre ottimi motivi per andare alla Triennale di Milano in questi giorni.

- Mostra sul Kitsch a cura di Gillo Dorfles.
Il critico,  dopo averci istruito negli Anni Sessanta su quanto fosse dannoso esteticamente (e ideologicamente) il fenomeno del kitsch nella vita e nell'arte - senza poterne frenare neppure per un attimo lo strisciante avanzare-, a distanza di quarant'anni ammette abbastanza candidamente che siamo ormai immersi nel kitsch quanto un bimbo prima di nascere lo è nel liquido amniotico.
Insomma il kitsch è tra noi e probabilmente lo siamo anche un po' noi, senza forse accorgercene.
Mostra del kitsch nell'arte, ma anche collezione spassosa di oggetti kitsch da collezione.
Degni da citare l'estremo Rudy Van der Velde (vedi immagine a lato) e l'ironico Corrado Bonomi.

- Commovente poster murale contenente 44 foto di Grégoire Korganow intitolato Pere et fils. La semplicità di un padre e di un figlio che si abbracciano replicato quarantaquattro volte, con il sentimento paterno e filiale amplificati dalla intensità del ritratto.
Argomento non comune, trattato con grande sensibilità.

- Mostra fotografica di Ugo Mulas intolata Esposizioni. Dalle Biennali a Vitalità del Negativo.
La fortuna di essere stati nel posto giusto al momento giusto, con la macchina fotografica giusta ed un immenso talento artistico e comunicativo. Duchamp, Rauschenberg, Giacometti, Severini, Fontana solo per citare i più importanti, ma soprattutto la gente, la tanta gente che ammira l'opera d'arte esposta e che Mulas immortala con il suo bianco e nero sgranato.
Ammiro molto l'opera di Mulas, secondo me tra le massime espressioni del giornalismo fotografico degli Anni Sessanta e Settanta.

10 giugno 2012

C'è scuola e scuola

A volte bastano poche righe - in questo caso illustri - per definire una buona scuola.


Giulio Giorello a proposito del Liceo Berchet di Milano: "Finito il biennio del Ginnasio, ebbi l'occasione di conoscere alcuni professori veramente in gamba. (...) un altro era don Luigi Giussani, che certo non aveva il temperamento di Don Abbondio, ma era un ispirato docente di religione, così bravo che ancora oggi lo ringrazio di avermi fatto diventare ateo." (pag. 30)

Autori vari, B11 Berchet 1911-2011, 2011, 606 pagg.

01 maggio 2012

La Nuvola



Giusto per rimarcare l'evento.
Oggi Primo Maggio 2012, la mia library musicale si sta trasferendo sulla nuvola.
Le immagino tutte lassù, le "mie" canzoni, pronte ad accarezzarmi l'orecchio in qualunque luogo io mi troverò. Accanto a milioni di altre canzoni, depositate lassù da migliaia di altri ascoltatori appassionati. 


Nessun sa con precisione a cosa porterà questo cambiamento in termini strettamente musicali.
Questo tipo di cambiamenti sono sempre lenti, ma si può pensare che l'ubiquità della musica - inimmaginabile anche solo fino a dieci anni fa - inciderà anche sul modo di farla, di produrla e di commercializzarla.


Senza dimenticare che, oggi Primo Maggio, posso scrivere di ciò anche perché, per fortuna, io un lavoro per ora ce l'ho.

04 aprile 2012

Diritto al lavoro. Ma lontani da mammà

Cosa è più logorante per un giovane che guarda oggi al suo futuro nel mondo?


E' logorante studiare sette camicie per sperare di trovare lavoro dopo diciotto anni di fatiche?
Per poi ancora agitarsi per (forse) finalmente trovarlo?

Ma non è forse più logorante per i figli sopportare la vista quotidiana di questi genitori che affannosamente si agitano intorno e si agiteranno tutta la vita per poter dare loro una prospettiva migliore?
Può un ragazzo convivere con il fardello e la pressione di questa attenzione quotidiana? Una piccola goccia acida che rimbalza su ogni atto della vita quotidiana. Una specie di punizione ultra-terrena da cui non può fuggire. Un catalizzatore di sensi di colpa e di impotenza.
Questa attenzione, questa ossessione del futuro, maledettamente disinteressata; obiettivamente indispensabile. Eppur mai veramente richiesta.
Conferenze scolastiche, seminari di associazioni di volontariato, trasmissioni dedicate, blog in rete, cene tra adulti in cui l'argomento regna sovrano. Il tema è sempre lo stesso: il difficile futuro dei giovani.
Non stupisce che alcuni di questi, esausti e smembrati, rimangono per sempre avvinti come in una tossicodipendenza nel mondo di frutta candita dei genitori che si agitano per loro, rimanendo per tutta la vita dei mantenuti.

E se invece il messaggio che loro vorrebbero inviare fosse: "non datemi una mano; lasciate che sia io a svangarla. Non voglio più vedervi rinunciare a nulla per me. Mi avete generato ed allevato, trasmesso i vostri geni e la vostra cultura "illuminata" di sinistra. Accontentatevi di ciò un buona volta. Un tempo voi lottavate per dei valori nuovi, diversi da quelli dei vostri genitori. Oggi noi lottiamo per vivere nel mondo, ma anche per essere indipendenti, costretti a sopravvivere alla vostra invadenza, al vostro continuo e inevitabile venire in soccorso.
E soprattutto, voi genitori - perché è in questo che dimostrate di essere proprio ciò che temete di più, ovvero VECCHI - toglietevi di dosso quella maledetta aria di martiri piegati della globalizzazione, rinunciatari al lusso dei vostri padri cresciuti nel boom, soffocati dall'angoscia indotta dai mezzi di comunicazione, vetero borghesi di una classe media che non c'è più, disincantati e cinici ormai di fronte a tutto e tuttavia ancora cullàti e consolàti come bambini dalle cagate dei vari Neil Young, Lou Reed, Clash, Joy Division, cantori tedofori di un'immagine da perdenti, figli di un'epoca rock'n roll oggi fagocitata e sincronizzata dagli spot della BMW Eletta, dagli assorbenti femminili e dai prodotti di cosmesi per maschietti.
Abbiamo sentito parlare di Pasolini da voi, ci siamo commossi ed entusiasmati con voi a vedere Apocalypse NowInto the Wild, ma ora lasciateci ascoltare Skrillex e Jason F in pace."

Noi genitori siamo ansiosi nei confronti del futuro dei nostri figli.
Abbiamo modellato esageratamente i nostri progetti anche personali in funzione del loro futuro. L'impressione è che, più che aiutarli, a volte li si bombardi di aspettative di cui forse loro stessi, nella migliore delle ipotesi, non si rendono conto e che soprattutto non ci chiedono. Alcuni, magari più pragmatici, convivono bene con questa forma strisciante di assistenzialismo paternale, ma altri, più sensibili e timidi, non ne verranno schiacciati e avviliti nell'anima e nello spirito?


Foto © Arimondi

18 febbraio 2012

It's the end of TV as we know it...

Da alcune settimane ho una mia personale cura contro l’insonnia.
A dirla tutta, non soffro affatto d’insonnia, almeno per ora.
La natura mi ha donato il privilegio di poggiare la testa sul cuscino e di ritrovarmi quasi subito sul diretto per Morfeo City.

Eppure - data l’aria che tira - anche a me è capitato recentemente di passare qualche notte bianca.
Visto che lo zapping televisivo sulle reti tradizionali soddisfa le mie curiosità antropologiche ma contribuisce anche ad accrescere l’ansia, è stato naturale dirigersi verso il pc la ricerca di un’alternativa calmante.

Vimeo si definisce “comunità di individui creativi, appassionati dall’idea di condividere i propri video”. A differenza di You Tube, dove chiunque può depositare qualsiasi video (e dove quindi la quantità domina sulla qualità, la sciatteria vince quasi sempre sull’originalità, l’intento informativo vince sull'estetica e la pubblicità fa violenta irruzione sempre più spesso), al contrario Vimeo propone video di qualità selezionati da una redazione specializzata.

Vimeo dà sfogo una forma espressiva piuttosto nuova e originale, se non nella sua forma (il cortometraggio) quanto meno nel modo in cui viene veicolata. E' proprio la rapida e immediata veicolazione in rete che incide sulla forma stessa. Si tratta di un tipo di arte visiva niente affatto riconducile ad un stile comune e tuttavia dotato di caratteristiche comuni: brevi documentari di pochi minuti fortemente influenzati dalla fotografia (spesso realizzati a basso costo con le nuove macchine fotografiche digitali o addirittura con l'iPhone, strumenti che permettono di filmare in alta definizione) e dal video musicale. Per poter esprimere tutto in pochi minuti, il montaggio è sempre molto veloce, i colori sono molto saturi, intenso l’uso di filtri digitali che sfocano parti di inquadratura e di focali che alternano con grande velocità il primo piano allo sfondo. Tecniche molto usate sono il Time-lapse e il CGI. Il dialogo è sacrificato - spesso del tutto assente - mentre grande importanza è data alla musica, in genere elettronica, spesso protagonista del video quanto l’immagine.

Benché in Vimeo esistano aree tematiche precise, ogni video può essere molto diverso dagli altri.
Così, durante questa navigazione, che assume spesso tratti un po' psichedelici, ti può venir voglia - gelo permettendo - di fare un viaggio in Danimarca per conoscere la gente della città di Vejle, cittadina di cinquantamila abitanti adagiata su un freddo braccio del Mare del Nord e dove la maggiore attrattiva sembra la vecchia nave rossa parcheggiata in porto (come si vede qui).

A tribute to the people of Vejle da sidewalktalk.dk su Vimeo.

Dopo Vejie si può fare un salto di migliaia di chilometri in pochi attimi e scoprire il breve video del regista Matthew Brown, vincitore di bando per  promozione della regione Basilicata, video suppongo pagato con i soldi dei contribuenti lucani ma che non mi risulta sia stato visto in giro almeno per ora (ed è un peccato perché ti fa venire voglia di partire al volo per Pisticci).

Dreaming It{aly} from Matthew Brown (Matty Brown) on Vimeo.

Infine ti può capitare di fare una visita a mozzafiato visivo in timelapse a Dubai.

Abraj: The two towers of Dubai da Philip Bloom su Vimeo.

Oppure ascoltare una versione decisamente originale di House of the Rising Sun.

The Animals House of the Rising Sun Old School Computer Remix da PURETUNE su Vimeo.

Vimeo insomma è un luogo di scoperte. Non luogo di serendipità, perché qui non si sta cercando nulla di particolare, ma qualcosa più simile all'esperienza del flâneur "digitale", la scoperta fatta casualmente durante un bighellonare che in questo caso non è per le strade di una città sconosciuta, ma in rete.
Vimeo è un buon rimedio intelligente per la tristezza della TV generalista o della programmazione televisiva tradizionale dominata dal quartetto film, serie TV, intrattenimento, informazione.
In attesa che anche da noi arrivino Netflix, Hulu, la vera Apple TV, Google TV e Amazon Tv, le tv on demand prossime venture; in attesa che arrivi la fine della tv come la conosciamo.

05 febbraio 2012

Le radici crescono solide sotto il manto della bellezza



Ho parlato recentemente con un figlio di amici che sta frequentando un'università umanistica a Milano. Gli ho chiesto se aveva trovato qualche professore che lo emozionasse, che gli facesse battere il cuore, accendere la luce dell'intelletto. Se gli capitava ogni tanto di andare all'università con la curiosità di scoprire cosa avrebbe ascoltato quel giorno.
Ha scosso la testa. Mi ha citato il nome di un professore, aggiungendo subito dopo che purtroppo quel prof. non c'era più da tempo.

E' allora che mi è venuto in mente il mio professore di Filosofia della Musica a Bologna, primi Anni Ottanta.

Nel dirigermi verso l'aula - sistemata nell'angusto sottoscala di un luogo che doveva in origine essere un magazzino - passavo di fronte alla sala professori, uno stanzino stretto che correva lungo un corridoio. La stanza, senza mobili a parte un lungo tavolo bianco e senza finestre, aveva nel bianco delle pareti l'unico ornamento e prendeva luce dalle vetrate del corridoio di passaggio e per questo gli studenti in transito vedevano facilmente chi c'era all'interno.

Al mio arrivo, il professore era di solito già lì, in piedi; passeggiando avanti e indietro per lo stretto locale ripeteva a voce alta tra sé e sé la lezione che avrebbe tenuto da lì a poco.

Alcuni compagni facevano un po' di ironia sottolineando la precisione e l'apparente rigidità dell'uomo che - complice l'erra moscia e la giacca con cravatta - poteva anche apparire un po' ingessato nel suo ruolo, forse al limite della pignoleria.
A me invece provocava ammirazione. Mi piaceva l'apparente fragilità che in realtà celava il coraggio di voler fare bene le cose. Forse lui stesso, persona riservata, che non cito perché non credo gradirebbe, l'avrà considerata una debolezza, un segno di insicurezza. Eppure per me era un segnale di cura e di attenzione per gli studenti cui pochi minuti dopo avrebbe trasmesso la sua conoscenza. Tanto che ancora oggi ricordo bene le sue lezioni.
Per me fu un'esperienza radicale, non nel senso oggi un po' abusato di "drastico", ma perché mi fece capire l'importanza di uno studio umanistico capace di andare alla radice dei problemi e delle cose con attitudine e metodologia scientifiche. E di come questa analisi sull'arte musicale e sulla bellezza fosse dotata a sua volta di una bellezza intrinseca.

Della mia tesi di laurea corresse tutto quello che c'era da correggere. Non solo il contenuto, ma anche la forma, fino alla punteggiatura. All'inizio la cosa mi innervosiva perché smascherava quanto la mia scrittura fosse povera e informe.
Se so scrivere decentemente oggi lo devo senza dubbio a lui e alla sua cura per il  dettaglio.

Di persone così per fortuna ne ho incontrate altre. Non sono molte, ma esistono. Oggi le so riconoscere quasi a prima vista e provo una immediata affinità con la loro discreta e disinteressata cura del dettaglio.
Oggi al telefono ne ho salutata una che il meccanismo impazzito delle multinazionali spazzerà via insieme a decine di altre persone. Ma questa è un'altra storia, o forse no.
Foto © Arimondi

28 gennaio 2012

Serendipità, nostalgia dell'inatteso


In un articolo tratto dal numero di dicembre di Intelligent Life, supplemento bimestrale di The Economist, ho trovato alcune considerazioni interessanti su un concetto che mi ha sempre incuriosito e il cui significato non avevo mai approfondito.
Il concetto è serendipità (dall'inglese serendipity) e la sua analisi si collega ad alcuni temi molto attuali, come quello del controllo e dell’influenza che strumenti della rete sempre più potenti e sofisticati come motori di ricerca o social network posso avere sulla nostra vita quotidiana, sulle nostre scelte e sulla nostra evoluzione culturale.

Il termine serendipity fu creato da Horace Walpole, aristocratico e scrittore dilettante che riportò ad un amico la leggenda dei Tre Prìncipi di Serendip. I tre fratelli, educati alle scienze empiriche e inviati in viaggio dal padre, se la cavavano nelle vicende più difficili grazie alla scoperta di cose sempre inaspettate, un po' per fortuna, un po' acutezza di spirito ed intelligenza.

Questo è proprio ciò che caratterizza la serendipità: la capacità di scoprire nuove cose interessanti e inattese in modo casuale mentre si è alla ricerca di altro. Presupposto per queste scoperte è la sagacia e lo spirito di osservazione. La serendipità presuppone anche una certa inefficienza, la non-pianificazione ed esclude la fretta e la mancanza di tempo.
Basta citare il forno a microonde, il Prozac, il Viagra e il pianeta Urano: scoperte che avvennero casualmente mentre gli scienzati stavano cercando qualcos'altro.


Anche la città è luogo ideale per le scoperte casuali, luogo eletto per il flâneur, ovvero per colui che gira per la città a naso all'aria per scoprire nuove cose ma senza una mappa (ma di questo simpatico personaggio da cui sono affascinato parleremo un’altra volta).

Il punto dell'articolo dell’Economist è che oggi il web rischia di ridurre le opportunità di trovare per caso cose che non cerchiamo e che in seguito saremmo contenti di aver trovato.
Apparentemente verrebbe da pensare il contrario: in rete basta qualche click casuale per ritrovarsi in mondi sconosciuti.
Ma Internet non è più un luogo di surfing come lo si immaginava all'origine: spazio virtuale infinito dove avremmo potuto imbatterci in meraviglie e stimoli inaspettati che avrebbero dato il via a nuove scoperte.
Nella pratica questo non accade quasi più: in parte per la pigizia che ci rinchiude nelle confortevoli quattro mura dei nostri bookmarks, feed e delle amicizie dei social network e che ci porta spesso a navigare con la stessa abitudinarietà con cui si passa alla sera a sbirciare nella casella della posta sotto casa per contollare se è arrivata qualche lettera.
Ma non accade più anche perché i siti che visitiamo tendono sempre di più a indirizzarci verso contenuti basati sulle nostre preferenze: i social network per esempio, ma anche i “suggerimenti” di negozi on-line come Amazon. In quest'ultimo caso, da tempo ormai il negozio virtuale di cui sono cliente mi propone solo musica che gravita intorno all’universo indie o rock anni '60-'70 e mai che gli venga in mente di propormi Gesualdo da Venosa, György Ligeti o Burt Bacharach, che pure fanno parte della mia formazione musicale.

In confronto, il quotidiano cartaceo tradizionale – anche quello più ideologicamente orientato - sembra più efficace nel indirizzare il lettore verso nuove scoperte casuali grazie all'impaginazione, che può farti incontrare argomenti inattesi. Si pensi all’importanza che aveva la Terza Pagina nel accostare tra loro argomenti stimolanti ma molto diversi tra loro.
Al contrario, alcuni quotidiani on-line già tendono a consigliarti gli articoli che sono piaciuti ai tuoi amici di Facebook.

Google ti invita a personalizzare il tuo profilo affinché le tue ricerche diano risultati “migliori”, più “adatti” a te, perché basati sulle tue indagini precedenti, sul luogo in cui vivi, sulle preferenze degli amici e, grazie alla geolocalizzazione di cui sono dotati oggi molti cellulari, sui luoghi che hai visitato. Propone tutto ciò come un grande vantaggio mirato a semplificarti la vita. Nella recente policy che unificherà tutti i prodotti Google si parla di esperienza "su misura per te".

In alcuni casi ciò può essere effettivamente vantaggioso perché propone ciò che cerchi; d’altra parte - per ovvi motivi commerciali - tende a non distrarti da ciò che con più facilità finirai per acquistare.
In ciò ricorda un po’ tristemente i canali televisivi Mediaset, quando negli Anni Ottanta e Novanta presero possesso del cervello di una gran parte degli italiani con la loro melassa di mediocre banalità tranquillizzante e ripetitiva, mirata a livellare verso il basso ogni curiosità in favore dell’ingurgitare pubblicità.

Il Web è diventato un luogo ideale per soddisfare i tuoi desideri e per farti trovare ciò che cerchi, ma appare meno efficace nel farti trovare nuove cose.
E spesso, si sa, sono le cose nuove quelle che forniscono stimoli per sviluppare nuove idee e perché no, magari cambiare in meglio la propria vita.



Tutte le foto © Arimondi

01 marzo 2011

Il Maghreb spinge alle porte o era già qui da sempre?

La premessa è che vedo in questi giorni cose allarmanti.
Un'arroganza mai vista nel potere istituzionale, che fa di tutto per difendere se stesso.

Mi allarma ancora di più che in pochi siano allarmati.
Chi ha saltato il fosso perché conviene, chi da anni si culla nella mercificazione della mente e dello spirito critico, chi dice di aver ormai visto tutto e scuote le spalle, chi sconsolato sostiene che "vale tutto", chi ha la visione anestetizzata dalla propria scorza di cinismo.

Non invoco alcuna purezza, ma solo la libertà di essere preoccupato e cercare di immaginare di poter fare qualcosa.


Uno dei metodi tipici per deviare l'attenzione dai veri problemi, in questi giorni di rivoluzioni nel Nord Africa, è quello di inventare i "nemici" alla frontiera, il terrore dell'invasione islamica.

Oggi mi è capitato per caso tra le mani un libro di cui non conoscevo l'esistenza e che non esiterò a comprare appena possibile. Alan Lomax, L'anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55), Il Saggiatore, 2008.
Alan Lomax è un celebre musicologo e ricercatore americano che passò un anno della sua vita in Italia per registrare le manifestazioni della musica popolare italiana. Girando con il suo registratore a nastro insieme all'etnomusicologo italiano Diego Carpitella, attraversò la penisola in cerca di testimonianze musicali.
Le sue registrazioni - che non si limitano al patrimonio italiano - sono celeberrime, fanno ormai parte dei patrimonio dell'umanità e sono state tra l'altro usate nella musica pop (vedi per esempio Moby, Play).
Un'ampia selezione di registrazioni può essere ascoltata qui.

Quello che non sapevo è che Lomax fosse anche fotografo. Il libro presenta una serie di splendide foto in bianco e nero scattate in molti paesi italiani che documentano in modo commovente le persone che popolavano l'Italia rurale degli anni Cinquanta.

Osservando queste foto mi sono venute in mente le immagini della Tunisia, dell'Egitto e della Libia di questi giorni di ribellione. Uomini e donne civili, attanagliati da una miseria atavica, vestiti di poveri vestiti, ma armati di grande dignità.
Scrive Lomax che gli italiani del mondo contadino di quegli anni sono uomini piegati dal lavoro duro, che solo nei giorni festa possono permettersi un bicchiere di vino, rarissimamente un piatto di carne. Un paese dove le donne, coperte da veli neri, hanno la proibizione di uscire da sole o incontrare altri uomini. O dove gli stili canori, soprattutto quelli del Sud, hanno melismi che davvero si confondono con quelli della musica araba.

Guarda Guarda.
Ma quello che descrive Lomax negli anni cinquanta è un paese islamico del Nord Africa o la cattolicissima penisola italiana?

Povera Italia, così immemore della sua condizione di soli cinquanta anni fa.

04 febbraio 2011

Gramsci e la black music

In una delle Lettere dal Carcere, a proposito del rischio – paventato da qualche “povero evangelista convinto” - che il buddismo diventi in Europa una forma di idolatria, Gramsci compie una piroetta logica e con una certa ironia commenta così:

Da questo punto di vista, se un pericolo c'è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l'avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone; specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano tracce profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che esprimono nel linguaggio più univerale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una cività non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva e elementare, cioè facilmente assimiliabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico. (...)” (Lettera a Tania, 27 Febbraio 1928)

In queste poche righe – che vanno ovviamente relativizzate ad un'epoca in cui la parola “negro” non sollevava obiezioni politically correct - Gramsci ha una intuizione quasi profetica (siamo nel 1928) nell'evidenziare l'aspetto di fascinazione fisica e psicologica posseduto dalla "musica nera", che era allora il jazz di Sidney Bechet e di Louis Armostrong (ma che sarebbe poi diventato soul, rock'n'roll, rock, punk, fino all'hip hop di oggi). E nel mettere in evidenza il potere che questa musica mostrava nel conquistare i cuori e le menti delle giovani generazioni europee.


Non viene det
to esplicitamente, ma parlando di potere “ideologico” della musica nera, Gramsci sembra già intuire – qualche decennio prima di Pasolini – quanto questo fascino interesserà l'industria dell'entertainment - manifestazione tra le tante del potere del consumismo - la quale utilizzerà il vitalismo della musica popolare per trasformarla in un oggetto di consumo.

Che è poi argomento che riguarda l'aspetto ambivalente del rock – nato come forma musicale di ribellone, permeata di grande creatività – poi presto (subito?) trasformato in prodotto di consumo, per lo più consolante e rassicurante.

19 aprile 2010

Design fiammingo a Lambrate

Il FuoriSalone consiste in una serie di eventi, mostre, manifestazioni e spettacoli che vengono organizzati a Milano a latere del più ufficiale e paludato Salone del Mobile.

Non sono stato in centro - il cosiddetto Brera Design District (oh yeah!), dove storicamente hanno luogo gli eventi più ricercati dal popolo trendy e gli happening a maggior tasso alcolico da cocktail - ma nel più periferico quartiere di Lambrate, dove una incrocio di poche vie composte in gran parte da ex-capannoni industriali riconvertiti in loft e spazi espositivi è diventato il centro di raccolta delle esposizioni dei designer olandesi.


Ecco come mi piacerebbe vedere Milano più spesso. Una città alla pari delle grandi città europee, dove le idee richiamano le persone curiose e dove ci si può riconoscere nel tentativo di conciliare modernità, creatività a vivibilità.

Questa mattina il sole primaverile rendeva meno malinconica l'idea che oggi, lunedì, Milano torna ad essere grigia, sgarbata e un po' spenta come sempre.

06 aprile 2010

Speakers' Corner

A Londra, sono andato a curiosare allo Speakers' Corner.

Per chi non lo sapesse è quell'angolo di Hyde Park dove la domenica mattina chiunque può salire su un panchetto e arringare la folla, libero di dire quello che vuole fino a quando qualcuno lo sta ad ascoltare (e fino a quando la polizia considera quanto viene detto rispettoso della legge).

C'ero stato circa trent'anni fa ed ero convinto che oggi, negli anni dei media invasivi e della rete, fosse ormai un luogo caduto in disuso, obsoleto sito di comunicazione verbale verso pochi, laddove se oggi non proclami in sei righe qualcosa ai tuoi 400 amici di Facebook sei meno di uno zero.

Viceversa l'angolo era vivo e affollato più che mai, nonostante il freddo pungente.

Per lo più santoni, fanatici religiosi, imbonitori, visionari un po' fuori di testa, nazionalisti che al confronto il leghista Castelli è un pericoloso comunista, sicuramente anche abitudinari nella loro smania di convertire.

Tuttavia, ai miei figli (che si sono divertiti come pazzi) ho spiegato che quella dello Speakers' Corner è un po' la metafora della Gran Bretagna, del suo spirito dialettico e tollerante al tempo stesso, dove chi argomenta deve farlo in maniera convincente e deve saper mantenere il punto anche di fronte ad una platea scettica e difficile, pronta a porre obiezioni anche dure e imbarazzanti, e dove chi ascolta deve argomentare a sua volta in maniera civile, senza mai deviare nel linguaggio violento, né (inconcepibile) nel manesco.

Come dice la voce di Wikipedia citando un uomo politico inglese, un luogo dove "la libertà di parola viene estesa anche a ciò che è irritante, causa di contenzioso, eccentrico, eretico, scomodo e provocatorio almeno fino a quando non degenera nella violenza".

Anche abbastanza impressionante è stato vedere un gruppo di musulmani che attaccava verbalmente in maniera molto caustica (e con odio palpabile), l'invasato predicatore ebraico qui sotto.

Alla fine si è avvicinato un uomino alto un metro e sessanta con naso da clown e parrucca giallo canarino che ha cominciato ad arringare la folla usando una mimica straordinaria e un linguaggio verbale totalmente inventato, scimmiottando l'inutilità del cicaleccio dei politici di oggi (a metà strada tra un Berlusconi afasico e uno Scarpantibus di Giorgio Bracardi).
La folla si è sbellicata.

Quando è sceso dallo sgabellino ha cominciato a parlare con il suo compare accompagnatore, sfoderando - tra un "porco qui" e un "porco là" - un inconfondible accento ciociaro.
Di colpo mi sono ritrovato catapultato nel più paradossale luogo comune di un Totò e Peppino all'estero che conquistano il popolo inglese... e il bello e il brutto è che era tutto vero.

Tutte le foto © Arimondi

27 febbraio 2010

Blanco y negro a Madrid

La crisi economica che colpisce la Spagna in questi mesi è palpabile, ma non sembra scalfire il desiderio dei madrileni di socializzare fuori di casa e di scambiare parole e idee.
Quattro giorni a Madrid bastano per immaginare un possibile diverso modo di vivere, dove la voglia di comunicare e dialogare sembrano più diffuse di quanto avvenga da noi.

Illusione di chi annusa un frammento di vita urbana filtrato dalle guide turistiche?
Può darsi.
Facile passare per superficiali avendo poco tempo a disposizione (ma che c'è di male nell'approfitare della superficialità offerta oggi dai voli low cost, che mi permettono di visitare una capitale europea con pochi euro?).
Sta poi al singolo viaggiatore relativizzare, ricordando che una cosa è la routine quotidiana del proprio paese, capace spesso di tramortire l'entusiasmo e la poesia del vivere, altra cosa è gustare l'istantanea di una capitale pulsante di vita e di luoghi, dove le persone amano radunarsi per parlar fino a tarda notte.
Di certo Madrid è una città che si anima anche dopo le sette di sera e non si assopisce e rinchiude in se stessa come sembra invece voler fare la Milano di oggi.

A Madrid - a parte una serie di luoghi da vedere che non ho resistito ad elencare alla fine di questo post - ho scoperto due highlights che non conoscevo e che da soli valgono, secondo me, il viaggio.
Sono opere di artisti, guarda caso, opposti tra loro.
Luce e tenebra, vita e morte, successo sociale e solitudine profonda.
Joaquin Sorolla e Francisco de Goya.

Joaquin Sorolla o della luce.

Pittore molto celebre in Spagna, da noi non molto conosciuto, rappresenta a pieno titolo un'arte figurativa espressa ai massimi livelli. Vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento potrebbe facilmente essere considerato un pittore conservatore, soprattuto se si pensa a cosa accadeva nella arti figurative in quegli anni in cui nuovi movimenti culturali e -ismi di ogni tipo stavano per rivoluzionare la sensibilità artistica contemporanea.
Eppure Sorolla, pur viaggiando spesso in città europee ed entrando in contatto con artisti delle avanguardie di quegli anni, continuò sempre a dipingere le sue spiagge, i figli, la moglie dall'aria dolce e rassicurante. Pur non mancando a tratti di cogliere aspetti sociali (i lavoratori delle campagne e dei villaggi spagnoli, gli orfani delle colonie al mare), complice il consenso della borghesia spagnola, Sorolla raggiunge la fama in Spagna unendo una talento e una tecnica pittorica eccezionale ad una volontà molto semplice: quella di rappresentare la bellezza intorno a sé.
C'è qualche cosa di incredibilmente alto nella sua capacità di cogliere la luce accecante del mare spagnolo, le ombre nette del mezzogiorno, le pieghe dei vestiti luminosi di donne di inizio secolo. La stessa luce che si coglie nel gardino che ospita il museo a lui dedicato e che fu la sua abitazione. Un giardino fatato, tra statue, zampilli di fontane, siepi di bosso e fiori, che, seppur oggi soffocato tra alcuni palazzi di un quartiere di Madrid, rimane un piccolo luogo miracoloso.


Francisco de Goya o dell'abisso.

Avete in mente i video di Chris Cunningham con la musica di Aphex Twin?

Per me rappresentano le paure e i terrori più ancestrali. Nulla di troppo volento, ma un po' come immergere un mestolo dentro al torbido dei nostri incubi e tirarne fuori il peggio: esseri deformi, giovani ghignanti, paesaggi post-atomici, angeliche figure femminili generate da una costola del "diavolo" in persona.



C'entra questo con Madrid?
Certo non mi aspettavo quello che ho visto nella sala più a Sud del Museo del Prado.

In questa sala si trovano i dipinti della cosidetta pinturas negras di Francisco de Goya.

L'uomo che aveva dipinto l'ammiccante Maja Desnuda o che aveva denunciato con il coraggio e l'efficacia della sua pittura la violenza dello stato totalitario che pure serviva, dipinse questi quadri alla fine della sua vita presso la casa denominata la Quinta del Sordo, quando, lui stesso sordo, solo e abbandonato da tutti, pensò che lì avrebbe vissuto i suoi ultimi giorni.

Sono dipinti che rappresentano il terrore per la vicinanza della pazzia e della morte, uniti però anche alla pietà verso la condizione di esseri viventi di cui si cerca di descrivere il destino apparentemente insensato.


Solo Francis Bacon e gli Espressionisti si avvicinano a tanto nel Ventesimo Secolo figurativo.
Non c'è molto da dire su questi dipinti.
Guardandole prende un senso di vertigine, disagio, sgomento: uomini dal viso distorto da un ghigno simili a visioni post-acido (proprio come nei video di Cunningham/Aphex Twin), divinità nefaste che sbanano i loro figli, uomini che lotteranno tra loro fino alla morte e senza apparente motivo, cani che affogano nel fango sperduti come un puntino su una tela, capre diaboliche che siedono a convitto tra esseri tremanti.
Un compendio dei terrori dell'uomo, che così spesso verranno utilizzate da altri nel corso di tutto il Novecento, fino ad oggi, "secolarizzati" nelle forme espressive del cinema, della letteratura, del videogioco.

Per quanto mi riguarda, ho avuto bisogno della luce di Sorolla per risollevarmi dall'emozione degli abissi di Goya.

Ma cos'altro c'è da non perdere a Madrid?

- Passeggiare per il centro a naso all'aria e con la mappa scoprendo i vari Barrios (a qualsiasi ora del giorno e della notte).
- Andar per tapas (ogni giorno tra le le 19 e le 22, ma anche prima. C'è sempre un valido momento per mangiare a Madrid).
- Il Museo del Prado (una giornata intera, se basta). Immensa la pittura nera di Goya e l'arte sacra di José de Ribera.
- Il Museo di arte contemporanea Reina Sofia (una giornata), passando dal centro culturale CaixaForum (un piccolo Beaubourg) e della stazione ferroviaria di Atocha (un giardino botanico circondato da passeggeri in transito).
- Il nuovo modenissimo quartiere a nord di Madrid (2 ore, da raggiungere in metro, la mia foto ad inizio post) con i suoi grattacieli mozzafiato
- Il mercato di San Miguel, mercato coperto dove non si vende ma si degusta qualsiasi tipo di delizia, dallo stocafisso alla trippa, dal churros al miglior vino di Spagna. Il tutto in piedi, tra gli amici.

03 febbraio 2010

Rai nascosta







Rai Storia.
Canale televisivo visibile sia sul satellite (canale 805) che in digitale terrestre, che è un piacere guardare.

Una Discovery Channel nostrana e un po' ruspante, piena di documentari d'epoca in bianco e nero e inchieste d'epoca di eccezione e che mostra - a volte anche inconsapevolmente - il meglio di quello che era il nostro paese (di cui c'è certamente traccia da qualche parte ancora oggi).

Tra tutti mi viene da citare l'incredibile documentario di Milena Gabanelli a Ettore Mo del 1995 per Mixer, Speciale Cecenia, sui primi mesi della guerra in Cecenia, girato dalla Gabanelli tutto in soggettiva con un coraggio da leonesse, schivando i proiettili dei cecchini.
Speriamo che ne diano la replica.

Nulla a che vedere con l'orrore mutandescente della Rai generalista che conosciamo e che da tempo mi ha nauseato fino a non poterla neppure sfiorare durante lo zapping (a parte le dovute eccezioni da riserva indiana).
Guarda caso, ciò che Rai Storia propone è un insieme di programmi dove chi parlava sembrava avere qualcosa di sensato da dire. Non come gli idioti mentecatti che dilagano in quasi tutti gli spazi Rai e Mediaset di oggi.

Volendo, Rai Storia si vede anche in diretta sul Web qui.

Uno dei motivi per cui pagherò ancora una volta il canone.

27 gennaio 2010

Il Giorno della Memoria e i giorni di G.

Non amo molto le commemorazioni e gli anniversari imposti. Ne riconosco razionalmente il valore simbolico (solo nel caso in cui abbiano per me qualche valore), mi distolgono per un attimo dai pensieri quotidiani e mi rendono più che altro contento se mi procurano un giorno di ferie in piu...

Però quest'anno sento di dover scrivere qualcosa in merito a questo Giorno della Memoria.

Il mio pensiero va a quelle persone che si prendono sulle spalle il carico faticoso della Memoria. Sono le persone che hanno vissuto i campi di sterminio, con perdite personali indicibili e che oggi si rendono testimoni in prima linea di ciò che è stato commesso da un parte dell'Europa civilizzata ai danni di loro consimili durante gli anni della prima metà del Novecento.
Credo di poterne scrivere brevemente, perché conosco una di queste persone.

G., uscito da quell'Inferno, ha continuato a vivere, si è costruito coraggiosamente una famiglia con dei figli, ha vissuto una propria vita perfettamente inserito nel tessuto della società, cercando di essere il più normale possibile e di vivere normalmente, nonostante l'accaduto.
Come molti altri ha vissuto per anni portando dentro di sé il ricordo, cercando tuttavia di far in modo che questo ricordo non condizionasse troppo la vita propria e dei suoi cari. Per anni - da ciò che mi ha raccontato - non ha fatto granché per parlarne pubblicamente, un po' per auto-protezione, un po' perché c'erano altri testimoni a ricordare.

Oggi però le persone che sono in grado di testimoniare sono per motivi anagrafici sempre meno. E lui ha cominciato a sentire il bisogno di raccontare.
Quasi un imperativo interiore del tipo "se non c'è nessuno che può farlo, credo di doverlo fare io".

In questi giorni era quasi in "tourneé". E' stato chiamato da tutte le parti d'Italia per ricordare, per raccontare. Associazioni, Scuole, Centi Culturali, Comuni, tutti ad invitarlo per ascoltare, per intervistare, per filmare.
Credo che nessun possa immaginare quanto deve essere difficile ricordare quanto è accaduto e doverlo ogni volta verbalizzare davanti ad estranei. Dover sacrificare la propria intimità in nome di una "missione".

Per questo dedico questo povero e stringato pensiero del Giorno della Memoria a G., immaginando quanto deve essere stanco oggi e augurandomi si possa riposare di un meritato riposo accanto alle persone cui vuole bene (sempre che lui, uomo dall'energia invidiabile, sia capace di fermarsi a riposare).

Al contempo spero si senta molto fiero di sé.
Io, per quanto può contare, sono fiero di lui e sono certo che siamo in molti ad essere fieri e grati a testimoni della Memoria come lui.
Per quanto può servire, è giusto che G. se lo senta dire. Sperando non sia turbato da questa ulteriore intrusione nella sua sensibilità.

Proprio in questi anni, in cui mi rendo conto di quanto la memoria da tramandare sia importante per i nostri figli, per evitare o cercare di evitare gli orrori provati dall'ignoranza e dall'odio che l'uomo sa commettere.

09 gennaio 2010

Emmaus

Riesco sempre a rimanere rapito dalla capacità di Alessandro Baricco di colpire le ombre oscure del sentimento con la sua scrittura al contempo sintetica e profonda. Così ho letto il suo ultimo romanzo breve Emmaus (Feltrinelli, 2009) tutto d'un fiato.

Devo però dire che, dopo Oceano mare e Senza sangue, il meccanismo dello spiazzamento ottenuto attraverso scarti nell’abisso del dolore risulta un po' logoro.

Anche nella nuova opera Baricco sembra mirare a far sanguinare il suo lettore in modo spettacolare, usando gli stessi strumenti con cui sventra i suoi personaggi, colpiti dal destino o dall’influenza di altri uomini egualmente feriti e imperfetti.

C’è altro nel libro: la crisi delle certezze di un gruppo di cattolici integralisti, qui smascherati senza pudore nelle loro contraddizioni al limite del fanatismo, c’è il senso di vuoto delle nuove generazioni (Galimberti?), c’è il tema del della ipocrisia borghese nei confronti della prostituzione, del travestitismo (chissà se pre o post Marrazzo) e della diversità, e c’è il tema del senso di colpa dei figli nei confronti dei genitori e delle loro aspettative:

Ci disarma infatti l’inclinazione a pensare che la nostra vita sia, innanzitutto, un frammento conclusivo della vita dei nostri genitori, solo affidato alla nostra cura. Come se ci avessero incaricato in un momento di stanchezza di tenere un attimo quell’epilogo per loro prezioso – ci si aspettava da noi che lo restituissimo, prima o poi, intatto. L’avrebbero poi ricollocato a posto, formando la rotondità di una vita compiuta, la loro. Ma ai nostri padri stanchi, che si erano fidati di noi, noi restituiamo il taglio di cocci affilati, oggetti scappati di mano. Nel sordo strisciare di un simile fallimento, non troviamo il tempo di riflettere, né la luce di una ribellione. Solo l’immobilità sorda della colpa. Così tornerà nostra, la vita, quando sarà ormai troppo tardi.” (pag. 100).

27 settembre 2009

Digital Tableaux Vivants

Bruciato da precedenti esperienze al Palazzo Reale di Milano, temevo di assistere ad un altro show di opulenza mediatica e vuota tipo David La Chapelle.
Dopo quella infausta mostra di due anni fa – inno alla vacuità kitsch elevata all’ennesima potenza – cerco di diffidare degli artisti che usano i grandi nomi dello spettacolo per le proprie creazioni.

Non è il caso della bella mostra VOOM Portraits, dove le rappresentazioni visive di Bob Wilson fissano su schermi al plasma ad alta definizione dei “quadri viventi”, che propongono personaggi della cultura e dello spettacolo, uomini comuni ed animali.

Il protagonista di ogni video ritratto appare immobile, ma è il suo respiro a tradire la vitalità che traspare dalle opere. Altre volte compie azioni reiterate e simboliche, che possono essere riempite di significato da citazioni radicate nella storia della cultura, della pittura o dei media. Come l’irresistibile sguardo ironico di un impaziente Steve Buscemi, macellaio insanguinato di fronte al quarto di bue pronto ad essere sezionato.

Wilson sperimenta questa forma espressiva con il video analogico fin dagli Anni '60. Negli Anni '70 la TV tedesca ZDF trasmette in loop i suoi ritratti viventi al posto del monoscopio di fine trasmissioni. Oggi tutto è reso con grande efficacia e vividezza dall’alta definizione. La mostra è realizzata con il contributo della TV via satellite VoomHD che ha commissionato più di 150 opere. Un bel connubio di arte e tecnologia, a mio parere.

Quello che viene salvaguardato è l’umanità delle figure, dove persone normali acquistano una profondità quasi caraveggesca, come con il meccanico Norman Paul Fleming.

Mi piace immaginare di avere in casa uno schermo HD che riproduce questi tableaux vivants digitali, normale evoluzione del porta-fotografie digitale che va oggi a ruba nei negozi di elettronica di consumo.

Tra le opere, la più intensa di tutti mi pare quella di Wynona Rider, il cui viso immobile, incorniciato da una corona di splendidi fiori, osserva allucinato per circa quindi minuti le proprie ossessioni femminili ed erotiche - una pistola, una borsetta, uno spazzolino da denti - mentre il passare del tempo viene scandito dall’alternarsi di giorno e notte, in un’alternanaza cromatica lenta e mozzafiato.

L’opera è ispirata dall’agghiacciante Giorni Felici di Samuel Beckett, opera teatrale in cui una donna qualunque, sprofondata inessorabilmente nella sabbia, accanto ad un marito dal cranio sfondato, cerca di convincersi in un frenetico affabulare di vivere comunque una quotidianità bellissima e felice.

Wilson rilegge questa vicenda del Teatro dell’Assurdo con la freddezza del digitale, svuotandola dell’elemento angosciante e ottenendo un risultato molto alto.

Altrettanto bella Carolina di Monaco raffigurata immobile con un profilo nobile e fiero, in un bianco e nero che rimanda alla madre Grace Kelly nel film La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock.

Anche personaggi celebri come Brad Pitt riescono irresistibili quando, in mutande sotto la pioggia, sfogano la loro virilità con una pistola ad acqua.

Altri si spogliano di qualsiasi volgarità grazie alla stautuaria immobilità della loro bellezza, come la sensualissima Dita von Teese, costretta sadicamente (per lei e per noi) a stare immobile su un trapezio.

Finendo con le profonde rughe dello scrittore Gao Xionjian il cui viso scavato viene attraversato dalla scritta “La solitudine è una condizione necessaria alla libertà”.

20 settembre 2009

Giardini dell'anima


Mi piacciono le mostre che si concentrano su un momento breve ma definito della vita di un artista e cercano di restituire questo momento nella sua completezza. Le preferisco alle defatiganti mostre monografiche, di cui si ricordano poi solo schegge sparse e folle oceaniche.

La Mostra di Claude Monet sugli ultimi suoi anni (Il tempo delle ninfee, Palazzo Reale, Milano) presenta infatti solo 20 dipinti e in più permette di perdersi nella bellezza della natura, cosa che mi è stata molto gradita sull’orlo del baratro autunnale.

Monet amava massimamente dipingere la natura e aveva cercato di ricostruire nei giardini di casa sua a Giverny tutta questa bellezza.

L’immagine qui sotto mostra la pianta dei giardini, dove la parte lacustre (con il famoso ponte giapponese dipinto decine e decine di volte) era raggiungibile da un sottopasso sotto la ferrovia. Qui Monet si rifugiava, dedicando giornate intere alla riproduzione su tela della complessità cromatica dei riflessi di un ciuffo di fiori sull'acqua increspata da alghe multicolori.

Sorprendente è anche scoprire come l’iniziatore dell’Impressionismo, alla fine della sua vita (siamo alla fine degli Anni ’20), sia in grado di dipingere quadri di una densità cromatica che rimanda quasi (vedi immagine sopra) all’espressionismo astratto di molti decenni successivi.

Certo anche la mosta di Claude Monet si perderà nel sovaccarico informativo del 2009 forse, ma trascorrere qualche ora tra i colori trasfigurati di ninfee, canneti, glicini e roseti del giardino di Giverny è stato vivificante.

03 marzo 2009

I cultori dionisiaci della musica ritmica


Ieri sera ripetevo con mio figlio dal libro di storia. La nascita di Atene: Draconte, Solone, Ipparco, Clìstene.
Quanti ricordi e soprattutto quanti personaggi ed eventi che non ricordavo affatto...

Poi l'occhio mi cade su un riquadro giallo, di quelli che servono per approfondire un concetto o per definire un termine particolare, in questo caso quello dei misteri dionisiaci:

"Si credeva che l'eccitamento derivante dal vino o da una qualsiasi forma di esaltazione collettiva preparasse i fedeli ad accogliere l'ispirazione divina. Ancora oggi, del resto, alcuni cultori di musica ritmica cercano nella droga e nel contatto tendenzialmente orgiastico col pubblico la liberazione della fantasia e l'agile felicità dell'improvvisazione (anche se poi, in realtà, ottengono solo il risultato di rimbecillire)."
A. Camera - R. Fiabetti, Corso di Storia Antica e Medievale, II edizione, Zanichelli, 1992, 1997, pag. 133.

Mi pare splendido essere definito un "cultore di musica ritmica" e invidio tutti coloro che amano la musica non ritmica perché chissà quale inesistente ed extramondana musica ascoltano.
Mi dispiace anche essermi perso tutte (dico tutte) le orgie a cui avrei potuto partecipare e che invece mi sono sfuggite.
All'"agile felicità dell'improvvisazione" (termine a mio avviso involontariamente sublime) ho invece sempre aspirato e la musica mi ci ha quasi sempre condotto, per fortuna.
Per il rimbecillito, a quarantasei anni posso dire che hanno perfettamente ragione.

Certo è che con tutto l'affetto che posso avere per il Camera-Fabietti (che secondo i revisionisti di destra è un libro "di parte", che ha "plagiato generazioni di italiani" e al quale sono quindi riconoscente), questo incredibile paragrafetto potevano risparmiarselo.

Però rido e penso a quella meravigliosa battuta di Andrea Pazienza, raffigurante una mamma dagli occhi strabuzzati e urlante:
"Oh cielo! Mio figlio si fa le mele!!!!"

10 gennaio 2009

La passione quasi tragica dell'ascolto

Scusassero la prolungata assenza, ma l’Adolescenza consuma il tempo e l'esistenza del genitore.


Da molto tempo l’idea non espressa mi gira nella testa. Non trovavo i termini per esporla compiutamente.

A dimostrazione che le cose basta cercarle alla fonte, ecco venirmi in aiuto niente meno che Aristotele che nella Poetica (6 p.1449 b 24-28) dà la prima definizione giunta a noi della Tragedia greca (quella di Eschilo, Sofocle ed Euripide per intenderci)


La Tragedia dunque è rappresentazione (mimesi) di un’azione seria e compiuta in se stessa, avente una determinata ampiezza, con stile adorno, appropriato al genere di ciascuna della parti; di persone agenti e non in forma narrativa; e che, attraverso pietà e terrore, consegue l’effetto di liberare da siffatte passioni.


Per inciso, prima della Tragedia greca, nulla del genere era mai apparso nella cultura occidentale. Ancora oggi è un mistero come la cultura greca abbia potuto far nascere dalla poesi a dell’epica (forme puramente poetiche e narrative) una struttura complessa e multidisciplinare come il teatro, che prevedede l’integrazione di poeti, attori, registi, cori, musiche, scenografie, attrezzi scenici. Alcuni sostengono che solo una civilità libera e democratica come l’Atene del 500 AC poteve far nascere al suo interno un meccanismo artistico così perfetto e nobilmente “politico”, così omnicomprensivo delle passioni umane. Mai più ripetuto e da allora solo imitato.


Aristotele nalla sua definizione sostiene quindi il compito della tragedia teatrale è proprio quella di rappresentare le passione e facendo ciò liberare da queste passioni noi poveri mortali che assistiamo alla rappresentazione.


Non un semplice “mal comune mezzo gaudio”, ma un “digerire” la proprie passioni, angosce e dolori attraverso la rappresentazione dei dolori degli altri e dell'estro poetico con cui l’artista è riuscito a rappresentarle. Gli Ateniesi in pratica si psicoanalizzavano in gruppo e all’aperto, non sul lettino dello psicanalista.


Quello che a me viene pensare è che le forme di arte che oggi noi apprezziamo e viviamo, quelle in particolare orientate all’aspetto contradditorio e insondabile della vita, siano tutte figlie del teatro drammatico greco e della “pietà e orrore” che esse manifestano e risvegliano in noi.


Quindi, semplificando grandemente, me ne rendo conto, ecco spiegarsi il motivo per cui amiamo un certo tipo di musica in cui si sprofonda nelle profondità del sentimento umano. Un testo di Leonard Cohen o di De André, un sound inquietante come quello dei Portished o dei Massive Attack, la cupezza introversa dei Joy Division, i Winterreise di Schubert, il Finale del Tristano e Isotta di Wagner, la rabbia impotente dei Germs, il wanna be your dog di Iggy Pop & The Stooges, l’atmosfera rituale e liberatoria del concerto rock.

Cosa può portare ad amare un brano/video come Liar della Rollins Band o Song to Say Goodbye dei Placebo dove viene espresso il peggio dell’animo umano (la sadica menzogna da una parte e la dipendenza/depressione dall’altra)?


Forse, attraverso questi testi noi ci diciamo “ecco a cosa può giungere l’uomo. Ecco a cosa posso giungere anche io. Ma io non sono poi così e le mie pene sono poca cosa in confronto”.


Questo riguarda credo altre esperienze estetiche: Apocalypse Now di Coppola, Barry Lyndon di Kubrick nele cinema, Francis Bacon nell’arte figurativa, Borges e Buzzati in letteratura, solo per citare i primi che vengono in mente.

Fino a capire anche gli amanti del cinema horror e del metal estremo, che hanno un modo ancora più radicale (sebbene più esplicito) per vivere la catarsi delle proprie paure e violenze.

Fino a forse giustificare (?) anche il masochismo dei fruitori della tv verità dove l’orrore del vicino messo in piazza fa sentre meno sfortunato il diseredato spettatore..

Ad ognuno la catarsi che si sceglie/merita, per evitare di passare dall’estetica ai fatti...


Ignobilmente unendo alto e basso, dopo Aristotole, mi piace citare Lester Bangs, mio amato critico rock britannico, che da qualche parte nel suo Guida ragionevole al frastuono più atroce sosteneva che gran parte di coloro che ascoltano rock sono coloro che in realtà gli eccessi vissuti e narrati dai loro idoli ed interpreti, vigliaccamente, non li vivranno mai.



In pratica, a tutti noi è piaciuto immaginarci degli Iggy Pop, dei Lou Reed, dei Jim Morrison, dei Sid Vicious, dei Ian Curtis, dei Kurt Cobain, delle Amy Winehouse (alcuni, ne sono certo, si commuovono ascoltando l’Otello di Verdi o adorano la personalità di Wagner), ma alla fine abbiamo preferito pasti regolari a pranzo e cena e, quando si può, cappuccino e briosche.


Ma sentirci tanto “rock’n’roll” o ricordare quando pensavamo di esserlo ci aiuta a tirare avanti.


PS

Quanto ho scritto riguarda solo il “lato sensibile” dell’esperienza musicale. Ho qui trascurato altri aspetti quali il gusto quasi fisico di suonare uno strumento, lo studio della pura tecnica strumentale e compositiva, l’aspetto storico-musicale ed anche ovviamente la semplice dimensione ludico o funzionale (il ballo o il semplice ascolto distratto), tutte manifestazioni dell'ascolto degne di altrettanta attenzione in una eventuale analisi della fruizione musicale.